La festa dei morti in Italia non è Halloween

“Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti di andare al cimitero. […]”, inizia così la straordinaria poesia del principe Antonio de Curtis alias Totò (video) dal titolo “‘A livella”. Un monito a vivere la vita terrena con la consapevolezza che la fine è uguale per tutti e che a ricordarcelo è proprio un giorno dell’anno.

L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la festa liturgica risale al 2 novembre 998, istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, nel sud della Francia. Non è un caso che la commemorazione dei morti cada il giorno dopo la festa di Ognissanti. Nella professione di fede del cristiano si afferma infatti: «Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi» ovvero: di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio (Fonte: Famiglia Cristiana).

In Italia il “giorno dei morti” non è come quella americana di Halloween. Non è una “carnevalata”, anzi ci sono tradizioni da rispettare in maniera ferrea che scandiscono la cultura e le tipicità gastronomiche delle diverse Regioni.

In Lombardia, a Bormio (Sondrio), la notte del 2 novembre è d’uso mettere sul davanzale, per le anime dei morti, una zucca scavata e piena di vino mentre in casa si imbandiva la tavola per la cena. Nella zona di Vigevano e in Lomellina vi è invece l’usanza di lasciare in cucina un secchio d’acqua fresca, una zucca piena di vino e nel camino il fuoco acceso, con le sedie lasciate attorno al focolare. Sulle tavole milanesi non è inusuale trovare quello che viene chiamato “il pan dei morti”, preparato sostanzialmente con biscotti tritati, amaretti, mandorle, cannella e noce moscata. Vengono fuori una specie di “biscottoni” che ricordano in parte gli amaretti natalizi.

In Trentino, Piemonte e Valle d’Aosta le campane suonano per richiamare le anime. Dentro casa viene lasciata una tavola apparecchiata e il focolare acceso per i defunti.

In Friuli, è diffusa la credenza nelle processioni notturne dei morti verso certi santuari così come nella loro scomparsa alle prime luci dell’alba, troviamo la tradizione di intagliare le zucche in forma di teschio, così come non dissimile dalle tradizioni di altri luoghi è l’abitudine dei contadini friulani di lasciare per i defunti la sera di Ognissanti un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane sulla tavola

In Emilia Romagna invece il cibo da lasciare ai defunti viene scambiato di casa in casa, e se ne lascia anche ai poveri che vengono a bussare alle porte delle varie abitazioni (“la carità di murt”, la carità dei morti).

In Liguria , vengono preparati i bacilli (fave secche) e i balletti (castagne bollite). Tanti anni fa, la notte del 1 novembre, i bambini si recavano di casa in casa, come ad Halloween , per ricevere il “ben dei morti “, ovvero fave, castagne e fichi secchi. Dopo aver detto le preghiere, i nonni raccontavano loro storie e leggende paurose.

In Toscana, nel senese, con origine da Montepulciano, i biscotti detti “Ossa di morto” sono dolci rotondi, di consistenza friabile, impastati con le mandorle tritate.

In Umbria si preparano gli stinchetti dei morti, dolci a forma di fave.

In Abruzzo, oltre al tavolo da pranzo apparecchiato, si lasciano tanti lumini accesi alla finestra quante sono le anime care. Ma era anche tradizione scavare e intagliare le zucche e inserire una candela all’interno e usarle come lanterne.

In Molise la sera di Ognissanti ha luogo la festa della “Mort cazzuta” in occasione della quale viene organizzato ‘R’cummit’ (il convito), una cena particolare il cui piatto principale sono le “Sagne e jierv”, cioè delle lasagnette preparate con farina e acqua, condite con della verza a cui la prima gelata dell’anno abbia conferito particolare tenerezza, e insaporite con pancetta di maiale. Al termine della cena, condivisa con parenti e amici, un piatto della pietanza viene messo sul davanzale di una finestra, affinché i parenti defunti possano cibarsene durante quella notte in cui tornano a visitare la casa. Accanto al piatto viene posta una zucca svuotata e intagliata con all’interno una candela accesa, la cui espressione può essere sorridente, piangente, spaventosa o beffarda rispecchiando la visione personale che l’intagliatore ha della morte.

A Roma la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si tenesse compagnia ad un defunto consumando un pasto vicino alla sua tomba.

A Napoli si prepara invece un torrone speciale chiamato comunemente in terra partenopea “o morticiello”, glassato di cioccolato che può essere gianduia o aromatizzato al caffé a seconda dei gusti.

In Puglia con il “grano dei morti” e i “Sasanelli”, biscotti tipici di Gravina, la commemorazione si fonde con la gastronomia tipica.

In molte località della Calabria, ad esempio, oltre a lasciare la tavola apparecchiata per i cari defunti nella notte tra il 1 e il 2 novembre, si usava lasciare anche un mazzo di carte nel caso di familiari di sesso maschile.

Anche in Sicilia i dolci del 2 novembre sono un appuntamento assolutamente tipico, a Palermo vengono preparati i “Frutti di Martorana”, a Catania degli speciali biscotti chiamati I “Vincenzi” e a Messina le “Piparelle”, che vanno a loro volta inzuppate nei liquori preparati in casa. Poi ci sono i dolci di forma umana che, nella versione più antica, riproducono i personaggi del Teatro dei Pupi, sebbene non manchino altri personaggi del mondo infantile: si chiamano “pupaccene” o “pupi ri zuccaru” alludendo alla materia prima con cui sono modellati.

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