L’EDITOREEL: Precarietà e povertà le vere skills del giornalismo italiano
Il caso dell’agenzia DIRE è solo uno dei tanti casi di difficoltà salariale. Perché mentre pretendiamo informazione libera, tempestiva, verificata e gratuita, sempre più giornalisti lavorano in condizioni di precarietà, tra stipendi in ritardo, contratti fragili e compensi che non rispettano il valore del lavoro svolto.
C’è chi racconta le notizie ogni giorno ma non sa se riuscirà a pagare l’affitto a fine mese. Sì, parlo dei giornalisti italiani.
Torno sull’argomento prendendo stavolta spunto dal caso dell’agenzia DIRE, dove professionisti dell’informazione continuano a lavorare senza percepire stipendio. Una situazione grave che fotografa una crisi molto più ampia del giornalismo nel nostro Paese.
Perché mentre pretendiamo informazione libera, tempestiva, verificata e gratuita, sempre più giornalisti lavorano in condizioni di precarietà, tra stipendi in ritardo, contratti fragili, compensi che non rispettano il valore del lavoro svolto. Per non parlare degli uffici stampa convinti di ricambiare con una cena o l’accesso gratuito allo spettacolo. Ho già detto tante volte che essere presenti sul campo e realizzare i servizi ha i suoi costi. E quando un addetto stampa mi risponde così dimostra solo di non essere giornalista, avrà pure il tesserino, ma di certo non ha mai letto una sola riga del codice deontologico, per cui ciò che pensa e sostiene è gravissimo.
Siete tutti bravi a criticare, a inveire, a giudicare i giornalisti, ma siamo la categoria più sola e invisibile, che resiste solo per passione…intesa come quella di Cristo!
Eppure, questa non è una battaglia di categoria, è una questione che riguarda tutte e tutti noi. Perché senza giornalisti messi nelle condizioni di lavorare davvero e con dignità, l’informazione si impoverisce, la democrazia si indebolisce, la verità diventa più fragile.
DIRE non è la prima testata in difficoltà e tanti sono già i giornalisti che hanno dovuto iniziare a svolgere altre attività per campare!
E’ considerato un hobby ma non lo è, non può esserlo. E’ una vera e propria professione che richiede anni di praticantato, gavetta, iscrizione ad un ordine professionale, un codice etico e aggiornamento continuo obbligatori. Ma…a tutti oggi basta guardare il numero di follower e di visualizzazioni per definire qualcuno professionista di un settore.
Ora voglio sapere cosa ne pensate voi. Lasciate un commento: promuoverò i vostri punti di vista, se interessanti, condividendoli nelle storie di tutti i canali social, miei e di kappaelle.net, il web magazine per le donne intraprendenti.”
