L’EDITOREEL: Bleisure, la trasferta che fa bene a tutti

Bleisure. Una parola nuova per un fenomeno sempre più diffuso: unire lavoro e tempo libero durante i viaggi professionali.

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Bleisure. Una parola nuova per un fenomeno sempre più diffuso: unire lavoro e tempo libero durante i viaggi professionali.

Funziona così: vado a Milano, nel mio caso per un evento che ho seguito come addetto stampa, e mi fermo un po’ di più per incontrare amici, parenti e visitare la città.
Oppure lavoro in smart working da una località turistica, oppure come nel mio caso, dal rigenerante giardino di casa anziché dal chiuso di un ufficio.

E non sono l’unica, sempre più professionisti lo fanno. E sempre più aziende lo permettono, o addirittura lo incoraggiano. Perché? Perché migliora il work-life balance.
Riduce lo stress, contrasta il burnout, aumenta la produttività e il senso di soddisfazione.

Ed anche il turismo si adatta: aumentano gli alberghi business-friendly con spa e tour, tariffe agevolate per soggiorni lunghi, spazi di coworking in location leisure. Ma non è tutto oro.
Il bleisure può generare ambiguità fiscale: chi paga l’estensione? Dove finisce il lavoro e inizia il tempo libero?

E ancora: non tutte le categorie professionali possono permetterselo. Chi lavora in fabbrica, in negozio o nei servizi essenziali non ha margine di flessibilità.

C’è poi il rischio di non staccare mai davvero.

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