IL COLORE COME ARGOMENTO: CARLO SCAPARRO ALLA CASA D’ARTISTA DI MONTEROSI (VT)
Fino al 1° novembre, le Scuderie di Palazzo Altieri a Monterosi (VT) ospitano una mostra antologica che ripercorre sessant’anni di carriera artistica di Carlo Scaparro.
Sono le Scuderie di Palazzo Altieri a Monterosi, in provincia di

Viterbo, sede della Casa dell’Artista, ad ospitare la mostra di pittura di Carlo Scaparro. All’inaugurazione, accanto al Presidente Marcello Novarini, era presente il Sindaco di Monterosi Sandro Giglietti, a testimoniare il radicamento di questo spazio nella vita culturale del territorio. La mostra, a ingresso libero, è visitabile fino al 1° novembre e consta di sessantadue opere, tra dipinti e disegni, che abbracciano l’intera parabola dell’artista e ne restituiscono il profilo: quello di un pittore che ha fatto della curiosità, tecnica prima ancora che stilistica, la propria regola di lavoro.
Scaparro discende infatti per linea materna dal grande Antonio Mancini, e questo non è un dato da biografia di maniera. Crescere dentro una simile eredità significa ricevere in dote un’idea di pittura come materia vissuta, come fatto fisico prima ancora che concettuale. A questa discendenza si aggiungono, fin dai primi anni, frequentazioni e studi con figure tra loro lontane: lo Studio Franchetti, Corrado Cagli, Emilio Vedova, Amedeo Bocchi. Da un lato la modernità inquieta e sperimentale di Cagli, dall’altro il dinamismo gestuale di Vedova, e a fare da contrappeso il respiro luminoso di Bocchi. È un alfabeto di maestri che indica, più che una scuola, una disposizione, quella che ha spinto Scaparro ad attraversare linguaggi diversi senza sposarne nessuno in via definitiva. La borsa di studio all’Accademia di Francia, vinta da giovanissimo, ne è la prima, autorevole conferma.
Il percorso espositivo mostra con chiarezza la coerenza di una ricerca solo in apparenza centrifuga. L’incessante curiosità verso le più varie tecniche di disegno e di pittura ha generato, nei decenni, una pluralità di esiti che solo a uno sguardo frettoloso potrebbe sembrare dispersione. L’avvio è figurativo; poi il discorso si fa più grafico, il segno guadagna autonomia, la composizione si orienta verso la velocità e la tensione. Ma, ed è il nodo critico decisivo, Scaparro non approda mai all’astrazione. Anche quando la forma si fa ritmo, il mondo resta come presupposto e come ancoraggio: il dinamismo non nasce da un’emancipazione dal visibile, bensì da un modo di interrogarlo. È lecito intravedervi l’eco della lezione di Vedova, ma filtrata in una grammatica più misurata, nella quale il movimento attraversa la figura, senza cancellarla. Dinamismo e colore sono, da sempre, i cardini espressivi di questa pittura. Il primo ne governa la struttura, ed il secondo ne determina la sostanza.
Nelle fasi più grafiche il colore sostiene e accende l’energia del segno; ma sotto traccia sembra maturare un’altra vicenda, quella di un colore che chiede di essere qualcosa di più di un’intensità percettiva. La risposta a questa tensione costante, di una inquietudine feconda, arriva nella fase più recente, che è forse la più interessante. Scaparro torna al figurativo, ma il suo non è un ritorno all’ordine né, diciamo così, un approdo nostalgico: il soggetto riaffiora in una chiave espressiva nuova, nella quale il colore assume un carico semantico fortemente accentuato. La figura è ora il luogo in cui il colore può dire più di quanto mostri, e il quadro smette di essere un’immagine da riconoscere per tornare a essere un campo di senso da decifrare. Dopo aver attraversato il segno e il movimento, la sua pittura rientra insomma nella rappresentazione, ma portando con sé tutto ciò che ha imparato fuori da essa. Ed è impossibile qui resistere alla tentazione di leggere in questi esiti un rimando all’idea di pittura tanto cara all’illustre antenato Mancini: quella che vede la pittura come materia carica di vita. Beninteso, non v’è qui alcuna imitazione – sarebbe l’ultima cosa da cercare in un artista così poco incline alle maniere – bensì una fedeltà più profonda: quella verso un’immagine che crede ancora di poter portare significato. In questo senso la mostra di Monterosi va oltre l’essere una antologia; dimostra che una carriera lunga sei decenni può ancora riservare una svolta, e che la curiosità, quando è autentica, non si esaurisce con gli anni.

