LA PIANA DEL VOLTURNO DIVENTA LABORATORIO PER IL MEDITERRANEO
Dal 14 al 17 settembre a Padova il Congresso nazionale congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia. Oltre mille ricercatori e più di 700 studi: al centro anche il progetto SAL.WE. del CNR-ISMAR
La piana costiera del fiume Volturno come osservatorio privilegiato per capire uno dei fenomeni che interessano sempre più le aree costiere del Mediterraneo: l’intrusione salina. È questo uno dei temi che sarà approfondito al Congresso Nazionale congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia, in programma a Padova dal 14 al 17 settembre.
Un appuntamento di rilievo per il mondo delle Geoscienze, con oltre mille ricercatori, 40 sessioni, più di 700 ricerche e quattro conferenze plenarie affidate a studiosi di rilievo internazionale. Tra i contributi presentati ci saranno anche due studi dedicati alla piana del Volturno, sviluppati nell’ambito del progetto SAL.WE. – SALine WEdge intrusion, finanziato dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale e realizzato dal CNR-ISMAR insieme ad altri gruppi di ricerca.
L’obiettivo è comprendere meglio le dinamiche che regolano la presenza e la distribuzione dell’acqua salina in una delle principali pianure costiere dell’Italia meridionale. E i primi risultati suggeriscono che il fenomeno sia decisamente più complesso di quanto possa apparire.
«L’intrusione salina non può essere interpretata semplicemente come un fronte di acqua marina che avanza dalla costa verso l’entroterra», spiega Fabio Matano, responsabile scientifico del progetto e primo ricercatore dell’Istituto di Scienze Marine del CNR di Napoli. La distribuzione della salinità, infatti, risulta fortemente eterogenea e variabile nel tempo ed è il risultato dell’interazione di numerosi fattori.
A incidere sono l’evoluzione geologico-ambientale recente, le variazioni del livello del mare, i processi sedimentari e vulcanici, le caratteristiche stratigrafiche del sottosuolo, l’azione del mare e la dinamica delle acque superficiali e sotterranee. A questi elementi si aggiungono la subsidenza, cioè il progressivo abbassamento del terreno, le condizioni climatiche e le pressioni esercitate dalle attività umane.
La ricerca assume particolare importanza considerando la crescente vulnerabilità delle pianure alluvionali costiere mediterranee. L’innalzamento del livello del mare legato ai cambiamenti climatici, la subsidenza e la pressione antropica possono infatti favorire condizioni sempre più delicate per le risorse idriche superficiali e sotterranee.
Negli ultimi due anni il progetto SAL.WE. ha consentito di raccogliere una grande quantità di nuove informazioni sulla piana del Volturno. Sono stati acquisiti profili multiparametrici lungo il tratto terminale del fiume e negli specchi d’acqua costieri, effettuate analisi idrochimiche e dei cloruri e realizzate indagini geofisiche attraverso la tomografia elettrica. A queste attività si sono aggiunte analisi delle acque, studi ecologici e sedimentologici dei fondali.
I dati sono stati quindi messi in relazione con le informazioni geologiche e idrogeologiche disponibili, con le variazioni storiche della linea di costa e del livello del mare, con i dati relativi alla subsidenza e con i parametri meteoclimatici.
Un ulteriore tassello arriva dall’osservazione satellitare. Il secondo contributo, che sarà presentato al Congresso attraverso una comunicazione orale di Lucia Rita Pacifico e Annarita Casaburi, integra infatti l’analisi dei dati raccolti sul terreno con gli output delle immagini satellitari Sentinel-2. Attraverso l’NDVI, indice utilizzato per valutare lo stato della vegetazione, e specifici indici di salinità, i ricercatori hanno analizzato le relazioni tra condizioni della vegetazione, caratteristiche ambientali e processi di salinizzazione.
I risultati preliminari evidenziano alcune aree nelle quali lo stress della vegetazione appare maggiormente concentrato, in particolare lungo l’asse fluviale del Volturno e nei pressi di alcune zone antropizzate. Le analisi indicano inoltre la salinità come uno dei fattori associati alla variabilità osservata nell’NDVI.
Il valore dello studio, però, va oltre la fotografia della situazione attuale. La ricerca punta anche a individuare i settori della piana potenzialmente più vulnerabili alle future trasformazioni ambientali e a ricostruire condizioni di paleosalinità, cioè le tracce delle condizioni di salinità del passato, ereditate dall’evoluzione geologico-ambientale dell’Olocene.
«Geologia, acque superficiali e sotterranee, dinamica costiera, subsidenza, clima, vegetazione e attività antropiche non agiscono indipendentemente, ma interagiscono tra loro come parti di un sistema complesso», sottolinea Matano.
È proprio questa visione multidisciplinare a trasformare la piana del Volturno in un vero laboratorio naturale. Studiare ciò che accade lungo questo tratto di costa campana può infatti offrire elementi utili per comprendere fenomeni analoghi che interessano numerose altre pianure costiere del Mediterraneo, contribuendo a individuare per tempo le aree maggiormente esposte ai cambiamenti futuri e a proteggere una risorsa strategica come l’acqua.

