L’EDITOREEL: Siamo manipolati? La parola dell’anno lo conferma
Rage bait, cioè quei contenuti creati apposta per farci infuriare, è stato scelto come parola dell’anno perché il suo uso è triplicato.
In questi giorni non si fa che parlare della nuova parola dell’anno scelta dall’Oxford Dictionaryi: rage bait, cioè quei contenuti creati apposta per farci infuriare e portarci a commentare di getto. Ne è un esempio la storia che ho raccontato ieri.
Il termine è stato scelto come parola dell’anno perché il suo uso è triplicato. E se ci pensate, non c’è quasi dizionario importante che quest’anno non abbia scelto un termine legato al digitale: “vibe coding”, “parasocial”, “biohack”. Segno che la tecnologia sta modellando talmente tanto la nostra quotidianità da condizionare anche il inguaggio.
Ma torniamo alla rabbia: perché ci caschiamo sempre? Perché l’indignazione è immediata, istintiva, e soprattutto… premia. Premia chi crea i contenuti – perché generano engagement – e premia anche gli algoritmi delle piattaforme, che capiscono che, quando siamo arrabbiati, restiamo più a lungo online. Ne ho prova anche io con questa rubrica. Anche se le interazioni variano molto in base alla piattaforma su cui viene postato e non all’argomento che tratto.
Tutto questo però porta ad un sistema che ci spinge continuamente verso ciò che ci divide. Dunque, nulla ha più a che spartire con il termine Social! Termine coniato per il suo scopo, cioé socializzare, recuperare e mantenere contatti o crearne di nuovi.
