L’EDITOREEL: L’ingiusta sentenza che nega la maternità come da testamento
La Corte d’Appello di Firenze ha negato ad una donna la possibilità di utilizzare il seme del marito, congelato prima di morire per un tumore. Una volontà che l’uomo ha lasciato nel testamento.
È giusto impedire a una donna di avere il figlio dell’uomo che ha amato, dopo la sua morte, anche se lui aveva lasciato nero su bianco questa volontà?
La Corte d’Appello di Firenze ha infatti negato ad una donna la possibilità di utilizzare il seme del marito, congelato prima di morire per un tumore. Un gesto fatto per amore e per non rinunciare a un sogno. Sogno che l’uomo ha lasciato nel testamento.
Eppure, per i giudici, tutto questo non basta. Perché in Italia la procreazione medicalmente assistita post mortem non è consentita. Nemmeno se entrambi erano d’accordo. Nemmeno se lui lo ha messo per iscritto. Nemmeno se quel materiale biologico esiste solo perché la malattia incombeva. Secondo la Corte, quella volontà è nulla, perché contraria all’ordine pubblico. E per non rischiare che la donna possa usare quel seme all’estero, il campione verrà distrutto.
Insomma, qui non stiamo parlando solo di una sentenza. Stiamo parlando di una scelta che porta a una conseguenza definitiva: se non ci sarà un ricorso in Cassazione, il seme non sarà restituito, conservato o destinato alla ricerca. Sarà Eliminato. E con lui, anche la possibilità per quella donna di diventare madre del figlio che aveva immaginato insieme al marito.
E questa sarebbe democrazia? Ma soprattutto, a cosa servono diritti riproduttivi, senso del consenso e rispetto delle volontà espresse prima della morte se poi a decidere è sempre il tribunale?
E poi mi chiedo, è ciò che accade anche ai campioni dei donatori anonimi nel caso di una loro dipartita?
