IN CALABRIA DETENUTI ASSAGGIATORI DI OLIO PER SALVARE L’OLIVO DELLA MADONNA

Sabato 1° agosto all’Istituto di Custodia Attenuata “Luigi Daga” di Laureana di Borrello i detenuti sosterranno l’esame finale per diventare assaggiatori di oli vergini di oliva.

assaggiatore olio

Non solo formazione professionale, ma anche tutela dell’ambiente e recupero di un patrimonio agricolo che rischiava di andare perduto. In Calabria il carcere diventa un laboratorio di rinascita grazie al progetto “Coltivare Speranze”, che ha coinvolto i detenuti dell’Istituto di Custodia Attenuata “Luigi Daga” di Laureana di Borrello, nel Reggino, in un percorso dedicato all’olivicoltura e all’analisi sensoriale degli oli vergini di oliva.

Sabato 1° agosto i partecipanti affronteranno l’esame conclusivo dopo settimane di lezioni teoriche e pratiche tenute da docenti dell’Arsac, della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia. L’iniziativa nasce dal protocollo d’intesa sottoscritto dalla Casa di Reclusione, dall’Arsac, dall’Ufficio per la Pastorale della Cura del Creato della Conferenza Episcopale Calabra e da Archeoclub d’Italia APS, con l’obiettivo di offrire competenze professionali spendibili anche dopo la detenzione.

Ma il valore del progetto va oltre la formazione. Al centro dell’iniziativa c’è infatti il recupero dell’Olea Europaea Leucocarpa, meglio conosciuta come “Olivo della Madonna”, una cultivar dai caratteristici frutti bianchi che per secoli ha fatto parte del paesaggio rurale calabrese e che sembrava ormai destinata a scomparire.

«Il protocollo si articola attorno alla riscoperta di un olivo assai particolare, dai frutti bianchi come confetti, conosciuto come Olivo della Madonna, molto diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi ma poi quasi completamente dimenticato», spiega Anna Maria Rotella, archeologa e vicepresidente di Archeoclub d’Italia – sede di Vibo Valentia, che da oltre dieci anni conduce una ricerca dedicata a questa antica varietà.

Il lavoro sul territorio ha permesso di ribaltare quella che sembrava una condanna definitiva. Quando le ricerche sono iniziate si ipotizzava infatti che la Leucocarpa fosse ormai estinta. Oggi, grazie alla mappatura condotta da Rotella, sono stati individuati circa 120 esemplari distribuiti in 80 comuni della Calabria, oltre ad altre presenze in Sicilia, Puglia, Campania, Lazio e Liguria.

L’Olivo della Madonna deve il suo nome all’utilizzo che per secoli si fece del suo olio. Ricavato da drupe che, durante la maturazione, assumono un’insolita colorazione bianca anziché nera, veniva impiegato soprattutto per alimentare le lampade delle chiese. Secondo gli studi, la sua combustione produceva pochissimo fumo, caratteristica che lo rendeva ideale per gli ambienti di culto. L’avvento dell’energia elettrica ne decretò però il progressivo abbandono.

Oggi proprio i detenuti stanno contribuendo a scrivere una nuova pagina della sua storia. All’interno dell’istituto penitenziario hanno messo a dimora nuovi esemplari della Leucocarpa, partecipando attivamente alla salvaguardia della biodiversità. Le giovani piante vengono poi destinate alla diffusione nei pressi dei luoghi di culto, nell’ambito della campagna avviata da Archeoclub d’Italia insieme agli Uffici Diocesani calabresi.

L’iniziativa rappresenta un modello che punta a coniugare inclusione sociale, formazione professionale e valorizzazione del patrimonio agricolo regionale. Un’esperienza che dimostra come il carcere possa trasformarsi in uno spazio di apprendimento e di responsabilità, dove la cura di una pianta antica diventa metafora concreta di riscatto personale.

Per Anna Maria Rotella, il progetto può diventare un esempio da replicare anche in altre realtà italiane. «Quando istituzioni, enti e associazioni lavorano nella stessa direzione – sottolinea – i risultati arrivano. Come un olivo che cresce grazie alla cura quotidiana, anche le persone possono trovare nuove radici e costruire un futuro diverso».

Mentre i detenuti si preparano a sostenere l’esame finale, “Coltivare Speranze” si conferma così molto più di un semplice corso: è un percorso che intreccia conoscenza, lavoro, tutela della biodiversità e reinserimento sociale, facendo della Calabria un laboratorio nazionale di buone pratiche.

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