Brexit o No-Brexit: questo è il dilemma

Brexit o No-Brexit? Dilemma Amletiano 2.0

La svolta è arrivata dopo mesi di resistenze da parte del governo britannico che alla fine ha ceduto ed accettato di fare tre importanti concessioni per venire incontro alle richieste dell’Ue

È stato finalmente trovato l’accordo sulla Brexit durante l’ultimo Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles: tra la condanna espressa per l’azione militare della Turchia sull’esercito curdo, la nuova manovra italiana e il mancato allargamento con l’annessione di Macedonia del Nord e Albania, l’Unione europea e il Regno Unito sono riusciti finalmente a trovare l’accordo per il “Deal” tanto ricercato e ponere fine a settimane intense di trattative. La svolta è arrivata dopo mesi di resistenze da parte del governo britannico che alla fine ha ceduto ed accettato di fare tre importanti concessioni per venire incontro alle richieste dell’Ue, e più nello specifico del capo negoziatore Michel Barnier, che li ha definiti «pietre angolari» del futuro rapporto fra Regno Unito e Unione Europea: tutti e tre sono stati inseriti nell’accordo finale e non faranno parte di un periodo di transizione, bensì definitivo. Innanzitutto il Regno Unito si impegna a non fare concorrenza sleale, il cosiddetto “level playing field”, ai paesi europei nei campi dell’energia sostenibile e dei diritti dei lavoratori, rilanciando la propria economia offrendo condizioni inferiori agli standard europei; poi l’Irlanda del Nord rimarrà nel territorio doganale britannico, cioè applicherà gli stessi dazi validi nel resto del paese per i prodotti importati dall’estero, ma al contempo sarà allineata all’unione doganale europea, che stabilisce dazi uguali in tutta l’UE, conseguenza per cui ci saranno più controlli su tutti quei prodotti che «corrono il rischio di essere commerciati nell’UE»; e infine il partito che rappresenta gli unionisti irlandesi, il DUP, che appoggia il governo dei Conservatori britannici, non avrà più il diritto di respingere le condizioni dell’accordo per l’Irlanda del Nord. Unico punto ancora in sospeso è il regime dell’IVA in Irlanda del Nord: l’Unione Europea aveva proposto che fosse allineato a quello europeo, cioè in sostanza a quello dell’Irlanda, ma in questo modo il Regno Unito avrebbe perso una certa quota di sovranità fiscale sull’Irlanda del Nord.

Il Primo ministro britannico Boris Johnson, successo a Theresa May, ha definito «grandioso» il nuovo accordo e, dopo aver visto un’approvazione positiva dei negoziati britannici ed europei da parte del Consiglio europeo, ha invitato il Parlamento britannico ad approvarlo nella seduta speciale di ieri 19 ottobre. Cosa è successo quindi? Che l’ostacolo principale all’uscita del Regno Unito si è trasformato in insormontabile: Westminster ha fermato il premier britannico. Con il sostegno trasversale di altri “ribelli” conservatori, degli unionisti nordirlandesi del DUP e della gran parte dei deputati dei partiti di opposizione, l’emendamento del parlamentare conservatore moderato Sir. Oliver Letwin, che mira a imporre una nuova proroga della Brexit suggerendo la sospensione della ratifica del deal fino all’approvazione di tutta la legislazione connessa, è passato ottenendo 322 sì contro i 306 no. Piombando come un macigno su quello che sarebbe dovuto essere il giorno dell’ufficialità dell’uscita Ue e della consacrazione politica per Boris Johnson, ora Londra si trova di fronte ad un bivio: chiedere una proroga o chiamare di nuovo in causa i milioni di britannici a votare per un referendum ex-novo. Proprio quest’ultima sembra un’ipotesi non del tutta da scartare, visto la giornata ad alta tensione vissuta fuori dal Parlamento dai centinaia di migliaia di manifestanti anti-Brexit: gli organizzatori della marcia a Londra in favore di un secondo referendum sulla Brexit affermano di aver portato in piazza «un milione di persone», anche se la stima non ha conferme e rispecchia il numero che i promotori avevano rivendicato anche in una precedente occasione. «Non negozierò un rinvio con l’Ue e la legge non mi obbliga a farlo», ha spiegato il premier Boris Johnson prendendo la parola subito dopo il voto, annunciando che settimana prossima il governo «presenterà ai Comuni la legislazione per l’uscita dalla Ue il 31 ottobre».

Questo ennesimo stop alla Brexit porta ad uno stop definitivo?
Questo ennesimo stop alla Brexit porta ad uno stop definitivo?

In tarda serata, però, Johnson ha dovuto cedere e chiedere l’estensione all’Ue, adottando un nuovo stratagemma: la richiesta mandata a Bruxelles è infatti una lettera fotocopiata, senza la sua firma, in cui viene spiegato che la legge obbliga il premier a chiedere il rinvio, nonostante un suo totale disaccordo. «La Commissione europea prende nota del voto britannico ai Comuni sul cosiddetto emendamento Letwin. Starà ora al governo del Regno Unito informarci dei prossimi passi il prima possibile», scrive la Commissione Ueuropea su Twitter. Insomma, il super-sabato che doveva timbrare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è diventato un altro incredibile rinvio della Brexit, oramai trasformatasi in un thriller imprevedibile e una lunghissima, estenuante, e forse infinita partita a scacchi. Un vero e proprio dubbio amletico degno dei migliori sequel: “Brexit o No-Brexit? Questo è il dilemma”.

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