Felici e colpevoli, tra favola e tragedia al Teatro de’ Servi

“Tanto lo so come va a finire: ai quarant’anni non ci arrivo. Ma andrò in Paradiso, perché all’Inferno ci sono già stato”. C’è sconforto nelle parole di uno dei protagonisti di “E vissero felici e colpevoli”, un’opera che si muove tra commedia e tragedia.

Una commedia agrodolce? Una tragedia con una patina di allegria? Forse è meglio lasciar perdere le etichette e guardare alla sostanza di questo lavoro, scritto da Bernardino De Bernardis e da lui interpretato insieme a Stefano Masciarelli, Salvatore Riggi, Giorgia Lunghi, Mariano Viggiano, Francesco Romano e Francesco Piccirillo, per la regia di Marco Simeoli.

In prima rappresentazione al Teatro de’ Servi di Roma, ed in scena fino al 16 ottobre, “E vissero felici e colpevoli” si ambienta nella Napoli dei primi anni 2000 all’interno di un riformatorio; cinque giovani detenuti, un docente (De Bernardis) ed il direttore (Masciarelli) si confrontano ed interagiscono tra passato e presente. Scelte sbagliate e circostanze di vita sfortunate hanno fatto finire lì quei ragazzi, ma il destino è beffardo e non risparmia neanche i due adulti, che si troveranno poi anche loro a dover fare i conti l’uno con il proprio passato e l’altro con un inatteso, amaro presente.

La chiave di lettura di “E vissero felici e colpevoli” passa per i due differenti approcci degli adulti: progressista e speranzoso il docente, che auspica di poter recuperare i detenuti coinvolgendoli in un laboratorio teatrale per la messa in scena de “Gli Uccelli” di Aristofane, una commedia che ha un tono favolistico come il titolo di questo lavoro; sfiduciato ed intransigente il direttore, per il quale i ragazzi hanno sbagliato e vanno semplicemente reclusi e tenuti lontani da quelli “buoni”, da quelli come lui. “Perché io, a mio figlio, sto dando un’educazione”, precisa, mentre i detenuti sono vittime inevitabili dei loro fascicoli personali, cioè del loro passato, che il direttore vede come unica fonte per il loro inquadramento, e che il docente si rifiuta per principio di leggere.

Tutti bravi gli interpreti: Masciarelli efficace ed equilibrato nei momenti comici come in quelli più seri, nonché perfettamente a suo agio col dialetto napoletano; ottimi i detenuti nei rispettivi ruoli – ed un “bravo” particolare ci sentiamo di spenderlo per Giorgia Lunghi, strepitosa negli intermezzi mimici; e, come raccordo,  De Bernardis, che alterna con indubbia padronanza tecnica le parti più serie ai non pochi momenti di ilarità: il suo personaggio è tanto determinato nelle idee e nelle motivazioni quanto fragile ed accomodante nel momento dell’interazione con la rabbia e la tensione dei detenuti da un lato, e l’esuberanza verbale del direttore dall’altro.

Si ride tanto, perché – a fronte della serietà dei temi e della trama – “E vissero felici e colpevoli” non perde mai brio e vivacità; ma soprattutto si riflette dinanzi ad una materia complessa fatta di pregiudizio, aspettative, fiducia, sensi di colpa. Ed anche un po’ di destino, perché quello non manca mai. E come dice il professore al direttore, “noi non possiamo fare altro che giocare al meglio le carte in nostro possesso”. Quelle stesse carte sulle quali proiettiamo le nostre speranze e le nostre illusioni: sono il nostro caso ed il nostro libero arbitrio, due facce inscindibili che, insieme e solo insieme, formano le nostre esistenze.

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