Professione Fotoreporter, tra passato e presente

Fino al 9 gennaio sarà possibile visitare, al Museo di Roma in Trastevere, la mostra fotografica “Calogero Cascio. Picture Stories, 1956-1971”, una antologia di oltre 100 stampe che, per la prima volta, ripercorre la carriera del fotoreporter siciliano Calogero Cascio, uno dei grandi protagonisti della fotografia italiana del secondo Novecento.

Nato nel 1927 a Sciacca e scomparso nel 2015, Cascio ha raccontato, attraverso il suo sguardo fotografico, situazioni e momenti tra i più significativi dell’epoca che va dalla metà degli anni Cinquanta ai primi anni Settanta. La mostra, insieme al catalogo che la accompagna, rappresenta il primo lavoro antologico e storico-critico dedicato al fotoreporter siciliano, consentendo al pubblico di oggi di ammirare alcuni dei lavori dell’epoca, tra cui alcuni dei servizi pubblicati sul prestigioso settimanale “Il Mondo”.
Cascio, insieme ai fotografi Caio Garrubba, Antonio e Nicola Sansone, condivide l’ideale del reportage giornalistico come azione “politica” e, insieme a loro, fonda nel 1963 l’agenzia RealPhoto, contribuendo – con Ermanno Rea, Plinio De Martiis, Franco Pinna – alla “scuola romana” del fotogiornalismo.

Ed è stato in occasione della mostra che, il 14 dicembre, si è svolta la tavola rotonda “Professione fotoreporter. Calogero Cascio, la Sicilia, il mondo”; il dibattito è stato coordinato da Giovanni Fiorentino, presidente della Società Italiana per lo Studio della Fotografia, ed ha visto la partecipazione di Maria Vittoria Marini Clarelli (Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali), Francesco Faeta (professore di Antropologia Culturale e Antropologia Visiva), Monica Maffioli (storica della fotografia e curatrice della mostra),  Giancarlo Tartaglia (segretario generale della Fondazione Murialdi, e già direttore della Federazione Nazionale Stampa Italiana), e del fotografo Fausto Giaccone.

Per citare un passaggio del libro “Professione Fotoreporter” dello stesso Cascio: “I settimanali italiani, dai più popolari ai più sofisticati, dai più impegnati a quelli che professano vaghezza, tutti, senza esclusione, hanno in comune o separatamente due vizi capitali. Il primo è l’insicurezza economica; il secondo, assai più grave, la mistificazione. A che cosa serve una fotografia quando è fra le mani di un direttore di giornale? A documentare i suoi lettori su un ‘fatto’ o a suffragare una sua tesi preconcetta sul fatto stesso?”. Sono, queste, alcune delle domande cui la tavola rotonda ha provato a dare risposta. Attraverso le esperienze e gli studi dei partecipanti all’incontro è stato possibile sia confrontarsi su quelle che erano le problematiche della professione ai tempi di Cascio, sia analizzare quella che è la situazione attuale, in cui i reporter (foto e video) sono in gran parte freelance.
Si vive oggi l’ultimo stadio di una lunga parabola discendente che ha visto, in un circolo fatale e vizioso, da un lato il progressivo calo dei compensi riconosciuti ai reporter, e dall’altro il progressivo aumento di immagini a disposizione dell’editoria, grazie all’avvento del digitale prima, degli smartphone e dei social network poi: questi strumenti e queste tecnologie hanno messo praticamente chiunque in condizione di scattare foto e video e di metterli rapidamente a disposizione di testate piccole e grandi – spesso e volentieri gratis, in cerca di una effimera notorietà, sempre che la testata di turno non se ne impossessi e basta senza neanche avvisare l’autore. E quando sono tutti reporter, nessuno è un reporter, perché viene meno la professionalità – che non è solo competenza tecnica ed attrezzature adeguate, ma è soprattutto la capacità di andare oltre la mera riproduzione video/fotografica di un evento. Un vero reporter offre al pubblico una lettura analitica di un fatto; e soprattutto una lettura che abbia il punto di vista di un autore che si esprime con il linguaggio delle immagini, e non quello di un passante.