L’importante ruolo dell’industria tessile dell’abbigliamento per una moda etica e sostenibile

Accade, anche, che le aspettative dei consumatori cambino. Migliori condizioni di produzione e maggiore trasparenza, infatti, sono oggi le esigenze della moda. D’altra parte, è indubbio che l’attuale modello economico che governa l’industria tessile dell’abbigliamento comincia a mostrare i suoi limiti.

Difatti, i nuovi consumatori che risultano essere costituiti dalle generazioni di persone che sono nate dal 1980 in poi, tendenzialmente, sono più portate ad infrangere quelli che sono i codici del consumo di massa, per tornare a un consumo più ragionato. Questo avviene, proprio perché, a quanto risulta, sono proprio loro ad essere maggiormente preoccupati per l’impatto che, tutto ciò, ha sull’ambiente oltre che per le numerose questioni etiche che solleva.

Invero, nell’era della iper connettività e dei social network, le pratiche discutibili utilizzate da questo settore sono ampiamente evidenziate e trasmesse in tempi record in tutto il mondo. In sostanza, il nuovo mantra, un vero e proprio principio per molti consumatori, è divenuto il consumare meno, ma meglio. Di conseguenza, anche gran parte dell’industria tessile dell’abbigliamento sta, sempre più, orientandosi verso una moda etica e sostenibile, proprio per rispondere alle esigenze di nuovi modelli di consumo.

In realtà, è da annotare che questa responsabilizzazione del consumo investe molte aree come, ad esempio, quella del cibo, dei cosmetici, oltre che la moda in generale, ovvero dall’abbigliamento alle scarpe e agli accessori. In generale, diversi dati espongono che l’industria tessile impiega più di trecento milioni di persone in tutto il mondo, lungo tutta la sua catena di produzione.

Tuttavia, molte di queste persone lavorano in condizioni discutibili. L’uso di sostanze chimiche pericolose, nessuna regola di sicurezza rispettata, nessuna protezione fisica, nessun rispetto dei diritti dei lavoratori, salari che non consentono loro di vivere con dignità in relazione al costo della vita nel paese, settimane lavorative superiori a 70 ore e lavoro minorile, sono solamente parte del problema.

Indubbiamente, un evento tra i più significati, si ebbe con il crollo di Rana Plaza in Bangladesh che avvenne il 24 aprile del 2013. L’edificio, infatti, ospitava anche diversi laboratori di abbigliamento e causò la morte di 1.138 persone. Questo incidente, indubbiamente, ha rivelato al mondo i limiti e i metodi controversi utilizzati dal fast-fashion per rispettare il suo modello, ossia produrre abbigliamento usa e getta a basso costo per incoraggiare sempre di più i consumi.

La proposta di una economia circolare applicata all’industria dell’abbigliamento, dunque, è divenuto un qualcosa di non più procrastinabile. D’altra parte, non è come giocare una partita a baccarat.

La moda di domani, pertanto, sarà etica, sostenibile, circolare, in una parola responsabile. Nel 2018, numerosi brand e diversi grandi gruppi hanno firmato la Carta dell’industria della moda delle Nazioni Unite per l’azione per il clima, affermando di essere pronti a unire le forze per ridurre le emissioni di gas serra del settore del 30% entro il 2030. Una scommessa ambiziosa ma inevitabile, sapendo che la moda è uno dei settori più inquinanti al mondo.

Perciò, a quanto pare, anche in un settore competitivo come quello della moda, i grandi gruppi sono pronti a mettere in comune le proprie risorse e camminare fianco a fianco per preservare il pianeta.

Nella complessa e dinamica scacchiera della moda, i marchi di fast fashion, già adesso, sottolineano regolarmente il loro modello di business green-friendly. In pratica, propongono delle collezioni che vengono ad essere realizzate con materiali organici, raccolte di abbigliamento usurato nei negozi, oltre che attraverso la ricerca e lo sviluppo di materiali innovativi.

Non per nulla, andando a concludere, sul mercato è, oggigiorno, molto facile poter acquistare, ad esempio, un abito che risulta essere prodotto esclusivamente da bottiglie di plastica recuperate dagli oceani, oppure modelli di scarpe in Piñatex, una finta pelle fatta di corteccia di ananas.

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