Dire la propria, sempre e comunque? Anche no!

Bei tempi quando in Italia c’erano 60 milioni di allenatori di calcio e basta. Il sapientone di turno affermava “Doveva giocare Tizio! Doveva schierare il 4-3-3!”, e la cosa finiva lì, senza conseguenze per l’umanità. Con i social network la situazione è cambiata. Se, da un lato, è bello disporre di piattaforme dove potersi esprimere e confrontare in (relativa) libertà, è anche vero che, come disse Umberto Eco, i social “danno diritto di parola a legioni di imbecilli”.

Chi ieri era allenatore di calcio oggi è diventato esperto di moneta unica, sismologo, pratico di ingegneria civile (specie da agosto 2018) e, da quando siamo alle prese con la pandemia, virologo, epidemiologo, statistico. Il che è molto più grave che sparare sentenze sul far giocare Tizio o Caio, perché si diffondono notizie false su un tema delicato e cruciale, quello della salute pubblica, facendo leva sulle comprensibili ansie e paure di tutti noi quando si parla di malattie.
Se a questo si aggiunge il proliferare di siti e pagine Facebook che si spacciano per testate di informazione, quando in realtà non fanno altro che pubblicare titoli ad effetto per invogliare le persone a fare click (da cui il termine “acchiappa-click”; i click sono la loro principale fonte di guadagno), la frittata è fatta: questi pseudo-magazine sono una fonte inesauribile di falsità per chi, in buona o cattiva fede, parte da dati più o meno farlocchi per diffondere idee strampalate, contrarie ed ogni evidenza scientifica. Il tutto è ancora più grave quando a parlare di virus, terapie e contagi vengono chiamati attori, deejay, presentatrici televisive, cosa che francamente non ci pare di aver visto avvenire all’estero. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Eppure non dovrebbe essere difficile da capire. Di fronte ad un virus nuovo, ad una malattia nuova, che si è diffusa ovunque, e che gli scienziati di tutto il mondo stanno studiando per cercare di capire l’origine del virus, la sua natura, i suoi effetti sul nostro organismo, le terapie possibili, i vaccini da approntare, la loro efficacia nel tempo, ecc. insomma, di fronte a tutti questi argomenti molto complessi e specialistici, cosa volete che sia in grado di capire un architetto, un avvocato, un violinista, un programmatore di siti Web, un ferroviere?
Proviamo ad accedere ad una rivista scientifica (una rivista vera…) ed a leggere un articolo (un “paper”) in materia di Covid-19: a meno di non essere del settore, con tutta probabilità non riusciremo neanche a capire l’abstract, cioè la premessa che illustra di che cosa parlerà l’articolo. Un esempio a caso si trova qui.

Qualcuno dirà: “Eh, ma su questi argomenti molto spesso gli stessi studiosi non sono d’accordo tra loro!” Giusto, ed è normale che avvenga: perché il dibattito, il confronto e la verifica dei dati sono, se fatti con metodo, ciò che distingue la scienza dal chiacchiericcio da bar.
Stando così le cose, sarebbe il caso di lasciare che ciascuno facesse il proprio lavoro, evitando di prendere dati a casaccio ed usarli per fare affermazioni senza capo né coda.

Un esempio tra i tanti lo vediamo da questo post, preso a caso su Facebook:

L’autore è con tutta evidenza una persona diffidente verso i vaccini. Si è preso la briga di andare su un sito istituzionale del Regno Unito e scaricare un rapporto di 70 pagine del dipartimento della Salute Pubblica sull’andamento della pandemia, ed ha visto che su 71 decessi per variante Delta, 34 erano persone non vaccinate e le altre 37 erano vaccinate. Ne ha dunque concluso che vaccinarsi è pericoloso ed inutile. Ora, è indubbio che 37 morti sono più di 34. Peccato che l’autore del post non abbia considerato che, a fronte di 68 milioni di abitanti, nel Regno Unito (alla data del rapporto) c’erano 24,4 milioni di non vaccinati e 43,5 milioni di vaccinati (con una o due dosi). Non ci vuole molto a capire che 34 morti su 24,4 milioni sono, in proporzione, molti di più che 37 su 43,5 milioni: basta fare una divisione. Più precisamente, tra i non vaccinati ci sono quasi 1,4 morti per milione, e tra i vaccinati 0,85 per milione: oltre il 60% di differenza. Lo stesso discorso vale per i contagi ed i ricoveri. Dunque i dati dicono esattamente il contrario di quanto affermato dall’autore del post.

 

Questo sì, questo no…
Tra l’altro, l’autore del post ha preso dal rapporto qualche numero che gli sembrava confortare la sua tesi (sembrava!), scartando tutti gli altri: questo si chiama bias di conferma. Che cos’è? Leggiamo su Wikipedia: “un processo mentale che consiste nel ricercare, selezionare ed interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità, a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi e, viceversa, ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono.”
In sostanza: è la tendenza a dare importanza solo ai dati che ci piacciono.

Cosa ci insegna questo episodio? Che se una persona non del mestiere può incappare in un errore grossolano come questo, figuriamoci quanta credibilità possono avere in media i post che troviamo in giro sui social, quando a farli non sono esperti del settore bensì persone che pensano di essere in grado, andandosene in giro per il web, di poter selezionare tra la letteratura scientifica le informazioni appropriate, e poi di saperle interpretare e spiegare.

Mai come in questi casi, dunque, sarebbe meglio affidarsi alla vecchia regola: a volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.