Quel viaggio alle Tremiti, con sosta a S. Giovanni Rotondo e una lettera a Padre Pio

E’ dal 1999 che sono solito inaugurare la mia personale stagione estiva concedendomi una settimana di vacanza alle Isole Tremiti.
Inizialmente, mi portavo in macchina sino a Termoli e, da lì, m’imbarcavo sulla motonave per S. Domino, il fazzoletto di terra più esteso, giustappunto, delle Diomedee.
Ultimamente, invece, ho apportato una modifica al programma del viaggio, uscendo dall’autostrada a Foggia e, da detto capoluogo, volando per circa venti minuti in elicottero, sino a guadagnare la medesima destinazione.
Così, riguardo alle modalità di spostamento, a tutt’oggi.
Sennonché, nell’anno 2000, non so dietro quale spinta, mi venne in mente d’inserire una sosta intermedia nella combinazione autovettura – motonave, cioè a dire: partire dalla natia Marittima subito dopo pranzo, quindi, una volta arrivato all’altezza della città dauna, compiere una deviazione verso S. Giovanni Rotondo, pernottare in tale località e, il giorno successivo, rendere di buon mattino, onde aggirare code e confusione, una rapida visita devozionale a Padre Pio (ora, come è noto, S. Pio) e proseguire, poi, in direzione di Termoli.
Cosicché, in quell’occasione, intorno alle 17.30 mi trovai già a S. Giovanni Rotondo, un sito che, a onore del vero, non visitavo per la prima volta, essendovi già passato fugacemente, insieme con i miei famigliari, durante uno dei tanti tragitti Monza – Lecce.
Guarda caso, per la cena e il pernottamento, avevo prenotato in uno dei numerosi nuovi hotel sorti nel paese sulla scia del richiamo del Frate di Pietrelcina, struttura dalla denominazione, non esattamente casuale, bensì, forse, influenzata dal misticismo del clima d’insieme lì aleggiante, di “Albergo degli angeli”.
Avendo prestabilito di visitare il sepolcro del venerato religioso il mattino dopo, in attesa del pasto serale e, a seguire, del riposo notturno, pensai di raggiungere a piedi il sagrato del Santuario.
Si era a cavallo fra maggio e giugno e, in quel pomeriggio, faceva caldo; ad ogni modo, seduto all’ombra su una panchina, stavo e mi sentivo bene e, perciò, in certo senso, fui stimolato a sostare a lungo, osservando il consistente ma tranquillo e silenzioso flusso di pellegrini e/o visitatori in entrata e in uscita dal luogo sacro.
Uno spettacolo, se si vuole, interessante e vario, spunto utile per riflession multiformi e variabili, a seconda delle figure e dei volti anonimi che avevo agio d’incrociare.
E però, evidentemente, tali sequenze non dovevano appagarmi completamente, se è vero che, in un dato momento, sentii il bisogno d’entrare in una vicina rivendita di tabacchi – cartoleria e acquistare, niente poco di meno che, un foglio e busta.
Nel taschino del giubbotto leggero, avevo di mio una penna, con il che presi a scrivere:
“Caro Padre Pio, come vedi, sono ritornato. Non per il desiderio, neppure minimo, di rivedere questa località, bensì per la voglia e il bisogno, irrefrenabili, di “incontrarti” nuovamente da vicino. Qui intorno, rispetto alla prima volta, ho notato forti cambiamenti, mi ha colpito, soprattutto, l’interminabile infilata di baracche e bancarelle, le cui esposizioni, camuffate come oggetti legati alla tua venerazione, si sostanziano, spesso, in mere paccottiglie inutili e pacchiane. Ma sia, pur non avendo potuto fare a meno di scorgerla, la scena, dentro di me, è scivolata indifferente. Piuttosto, caro Padre Pio, sto pensando, mi vado chiedendo, che cosa ti dirò, in silenzio, domattina, sfilando al cospetto delle tue spoglie. Ne avrei di debolezze, difetti, limiti e mancanze di cui farti cenno e confidenza! Mi soffermo a riflettere sul punto, ma è come se vagassi nel vicolo cieco dell’incertezza. Tuttavia, dai, credo che, alla fine, non ti dirò proprio nulla, del resto, tu, sai già tutto di me”.
Così, da cima a fondo, la scrittura sul foglio. Mentre, come effetto e seguito nella realtà, l’operazione compiuta sedendo sulla panchina del piazzale del Santuario ebbe una seconda parte: sul foglio piegato, l’apposizione della nota “t’invio una cartolina speciale da S. Giovanni Rotondo” e, sulla busta, l’indicazione del nome e cognome di mia moglie quale destinataria, completato con il relativo chiaro e preciso indirizzo postale.
° ° °
Rientrato in hotel, consumai un pasto gustoso e insieme leggero, cui seguì un sonno pienamente riposante.
Verso le cinque del giorno seguente, mi ritrovai sveglio e fresco, per le sei, già assolto al mio desiderio – dovere d’incontrarmi in modo ravvicinato con Padre Pio (solamente un gruppo di devoti salentini era stato più mattiniero di me), mi avviai in macchina con destinazione Termoli.
Raggiunto l’arcipelago, ricevetti una telefonata da mia moglie, interessata a sapere come fosse andato il viaggio, la sosta a S. Giovanni Rotondo e l’arrivo nel villaggio turistico.
Oltre a rassicurarla, con l’occasione, mi sembrò opportuno e gentile informarla che le avevo spedito una speciale cartolina dal paese di Padre Pio.
Purtroppo, passarono giorni, settimane e mesi, ma quell’invio postale mai fu recapitato alla destinataria. Di disguidi del genere,.. ce ne sono e ce ne possono essere a iosa, però… giusto quella busta con una comunicazione personale al venerato Personaggio doveva finire così?
Si vede che Padre Pio volle tenere le mie inespresse confidenze tutte per sé.
A mia moglie, che non si dava pace, dovetti, quindi, riferire a voce il contenuto dello scritto colloquiale con l’attuale Santo; al contrario, non ho mai ritenuto di aderire all’invito di redigere materialmente, per la seconda volta, quella particolare lettera.

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