Presentata oggi a Napoli la mostra “IL FUTURISMO Anni ’10 – Anni ’20”

“IL FUTURISMO anni ’10 – anni ‘20”, una mostra costruita in esclusiva per Napoli, in programma dal 19 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019, nella trecentesca Cappella Palatina del Maschio Angioino, presenta, per la prima volta insieme, sessantaquattro capolavori che raccontano venti anni della prima avanguardia italiana ed internazionale.

Promossa dal Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo, con l’organizzazione generale di C.O.R Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, l’esposizione, curata da Giancarlo Carpi con Francesca Villanti, ospita importanti opere, dagli anni dieci agli anni venti, ammirate in alcune delle principali collettive storiche del movimento futurista.

Tra queste, Ritratto di Augusta Popoff, 1906 di Umberto Boccioni, Le tango argentine (danse), 1912, di Gino Severini, Motociclista, 1914 di Gerardo Dottori, Mazzo di Fiori, 1917 di Julius Evola, Costruzione spaziale paesaggio 1921 di Enrico Prampolini, Ritmi di rocce e mare 1929 di Benedetta, Donna e ambiente 1922 di De Pistoris.

Nonché lavori riprodotti all’epoca nelle pubblicazioni edite dagli stessi artisti, come Subway (folla ai treni sotterranei), 1930 di Fortunato Depero, o sulle riviste futuriste, come “Lacerba”, “Noi” e “Roma Futurista” o appartenute a Filippo Tommaso Marinetti, come Folla + paesaggio del 1915, di Giacomo Balla. Il collage di carte colorate, applicate su tela, fu chiesto a Balla da Marinetti, perché realizzasse un pannello per sostituire uno specchio del suo guardaroba; è un inedito l’opera Industriale – zetaseisei di Fillia (Luigi Enrico Colombo). Uno degli esempi più compiuti dell’arte meccanica futurista, l’opera Simultaneità architettonica di Enrico Prampolini. Quadro simbolo che racchiude in se’ il senso della mostra, ossia il paesaggio e l’opera meccanica. Tra le altre curiosità il Pupazzo Campari di Fortunato Depero, la scultura in legno realizzata per la ditta Campari costituisce un esempio di anticipazione della pop art.

LA MOSTRA

Per la coscienza dei cambiamenti apportati alla vita e alla percezione dell’uomo dalla modernità, l’immaginazione di questo stato di mutamento, nel Futurismo, letterario, pittorico, si è svolta secondo tre dimensioni creative nuove e ricorrenti: la simbiosi con la tecnologia, la simbiosi con la materia bruta, la simbiosi con i prodotti di consumo.

La mostra ricostruisce lo sviluppo di questi temi dagli anni ‘10 agli anni ‘20 adottando un taglio sia iconografico – con al centro la rappresentazione della macchina, a volte umanizzata, dell’uomo, e della loro interazione – sia formale, entro le linee più generali della storia delle avanguardie. Nella prima parte della mostra è ricostruita l’iniziale concezione futurista della rappresentazione del movimento e del dinamismo a partire dalle origini nel divisionismo di Balla e Severini, – presentati anche con opere del primo decennio, come anche Boccioni – fino alla moltiplicazione sequenziale in Balla e alle sintesi di “Dinamismo plastico” di Boccioni. Il confronto tematico tra i soggetti dinamici di Carrà, Boccioni, Russolo, Dottori, attesta la nuova importanza tributata dal futurismo al soggetto, anche nella divaricazione tra quello umano e quello meccanico. Sia nelle prime velocità terresti che nella fase dell’estetica meccanica, fu una delle caratteristiche che mantenne l’astrazione futurista sempre legata al dato fenomenico (Balla), o fonte di ispirazione per nuove soluzioni formali che volevano trasferire nel quadro lo “spirito della macchina” (negli anni venti). Il tema della compenetrazione tra soggetto e ambiente e della simultaneità, sono anch’essi proposti, nella mostra, a partire dalla prospettiva del soggetto umano. Si può così osservare un passaggio dalla concezione insieme energetica e mentale di Boccioni, caratterizzata da una sorta di antropomorfismo degli oggetti in chiave conflittuale, fino a quella di Fortunato Depero, già negli anni venti, caratterizzata proprio dalla scambio dei caratteri fondamentali – l’umanità e l’oggettività – tra l’essere umano e l’oggetto (o la macchina). La regressione dell’uomo a oggetto – che reinterpreta anche il tema dell’alienazione – è concepita anche come apertura verso una nuova forma di esistenza, non più umana né solo meccanica: le macchine umanizzate, così come l’uomo meccanizzato tendo entrambi, come soggetti “relativi”, a superare la loro condizione proprio perché la loro reciproca ibridazione li ha resi incompiuti.

Il tema dello sconfinamento del quadro nella realtà e del quadro oggetto è ripercorso, nella mostra, dal nodo centrale della estensione della finzione dipinta alla cornice, come fossero un unico organismo plastico. Il superamento dei confini stabiliti tra i generi dell’arte, pittura, scultura, arredo, da intendersi anche come superamento del confine tra la finzione e la realtà, funziona secondo un principio di “negazione attiva” che si ritrova nella collisione futurista tra la dimensione visiva e quella verbale. Lo stesso sfavore verso le forme canoniche del “libro” e del “quadro”, intese come condizioni mortifere nelle quali si esprime e vive – alienandosi – l’autore stesso, conduce alle due novità del quadro come organismo autonomo e della performance.

Il quarto tema che attraversa la mostra intrecciandosi con gli altri è quello del passaggio dalla rappresentazione sequenziale realizzata da Balla nei primi anni dieci alla rappresentazione nel quadro di uno stesso soggetto moltiplicato senza registrazione del movimento. Queste soluzioni di Depero, che la mostra contestualizza anche come risultanti dell’immaginazione meccanica degli anni venti (da Fillia allo stesso Depero), non solo appaiono realizzate una soluzione formale della futura pop art americana, ma nei viraggi cromatici dei soggetti serializzati costituiscono un esito originale dei principio futurista della compenetrazione.

 

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