Lyudmila Savchuk, alias Detective Conan vs Fabbrica dei Troll

Infiltrata in una “fabbrica di troll” russa, la giornalista Lyudmila Savchuk ha rivelato per la prima volta la storia della campagna di disinformazione montata dalla Russia nel 2014.

Questa non è una storia che sa di remake, né di sequel, ma che sicuramente prende spunto da un “rubare ai ricchi per dare ai poveri” di Robin Hood ed un “dopo tutto la verità sempre salta fuori” di un Detective Conan così sorpreso dalla vicenda da voler creare un nuovo capitolo del famoso cartoon di cui ne è protagonista. Infiltrata in una “fabbrica di troll” russa, infatti, la giornalista Lyudmila Savchuk ha rivelato per la prima volta la storia della campagna di disinformazione montata dalla Russia nel 2014: una organizzazione criminale a tutti gli effetti, progetto del Cremlino e gestito da un ambiguo ristoratore locale di nome Evegeny Prigozhin, “lo chef di Putin” posto sotto le sanzioni statunitensi nel 2018 per quello che i funzionari americani dicono essere un tentativo coordinato di interferire con le elezioni americane. Ma non è tutto: perché il 57enne pietroburghese, con alle spalle una movimentata carriera che include 9 anni di prigione per rapina, truffa e sfruttamento di prostituzione minorile, oggi è diventato figura principale di una lista nera degli oligarchi moscoviti per possedere anche la compagnia Wagner, una società di contractor privati che ha fatto il lavoro sporco per i militari russi nel Donbass, in Siria e ora anche in Africa.

Quando la giornalista 33enne ha iniziato a notare siti web e account di social media che attaccavano gli attivisti locali dell’opposizione nella sua città natale di San Pietroburgo con una frequenza che non aveva mai visto prima, è venuta a conoscenza che l’Internet Research Agency o IRA, un’organizzazione che si diceva fosse dietro alla campagna, stava assumendo scrittori. E lei ci andò, per ‹‹vedere come funzionasse e trovare un modo per fermarli››. È stata così assunta come blogger e le è stato riferito di recarsi a Savushkina 55 dove avrebbe trovato uno degli edifici più misteriosi al mondo, un parallelepipedo grigio e anonimo di quattro piani alla periferia di San Pietroburgo: l’indirizzo, oramai diventato famoso negli ambienti dell’intelligence e dei media, viene definito nei documenti ufficiali e nei giornali come “l’ultimo indirizzo accertato della sede”, trasformandosi in una vera e propria scena del crimine “in guanti bianchi”.

Attirati da inserzioni come “Impiego ben retribuito in un ufficio chic”, molti giovani russi erano diventati aspiranti troll a pagamento in turni a rotazione: girando per le sale, Savchuk ha scoperto che l’IRA era composta di tanti “reparti” divisi in “notizie”, “seminatori di social media” ed un gruppo dedicato alla produzione di meme visivi noti come “demotivatori”. ‹‹Ogni lavoratore ha una quota da raggiungere ogni giorno e notte: la fabbrica non si ferma mai›› ha riferito la “troll’s killer”, segnando gli Stati Uniti, l’UE, il governo filo-europeo dell’Ucraina e l’opposizione della Russia gli obiettivi regolari di disprezzo. ‹‹Neanche un secondo›› ha confermato, dimostrando che anche attraverso i trolling “soft” la stessa IRA era intenzionata a raggiungere persino la parte più marginale e apolitica del pubblico russo online in espansione. Due mesi e mezzo di inferno vissuti dalla giornalista in un ufficio che sembrava normale: scrivanie, penne e telefoni hanno lasciato il posto ad un contesto da grande romanzo di spie che vede protagonisti un data base di quasi 3 milioni di tweet provenienti da 2848 account giudicati legati all’associazione e che lo sforzo congiunto di FBI, giornalisti e ricercatori hanno prodotto.

Alcuni hacker prendono parte a una conferenza sulla sicurezza informatica per rafforzare la lotta contro la criminalità informatica.

‹‹La sentenza del tribunale ha portato il lavoro della Internet Research Agency “fuori dall’ombra”››, afferma Ivan Pavlov, un avvocato per i diritti umani che ha rappresentato Savchuk nel caso, appoggiando il lavoro della propria assistita e giustificando un ‹‹comportamento che qualsiasi giornalista avrebbe adottato››. Nuovi dettagli sul funzionamento della “fabbrica di troll” escono fuori anche dall’indagine portata avanti dal procuratore speciale statunitense Robert Mueller: questa ha mostrato come gli impiegati facessero circolare notizie false per organizzare eventi e manifestazioni dovunque fosse utile e possibile, regolarizzando un processo vizioso diventato routine. Indagini rese possibili anche dalle rivelazioni fornite da un paio di troll “pentiti”: Aleksei, uno dei primi 25 troll assunti dall’Internet Research Agency, ha raccontato al The New York Time che il suo primo incarico fu scrivere un documento sulla “Dottrina Dulles”, cioè su una teoria cospirazionista molto nota in Russia secondo la quale negli anni Cinquanta l’allora direttore della CIA, Allen Dulles, avrebbe cercato di distruggere l’Unione Sovietica corrompendo i suoi valori morali e le sue tradizioni culturali. Marat Mindiyarov, invece, anche esso ex troll sentito dal Washington Post, lavorava per raccontare, durante il crollo del valore del rublo, ‹‹quanto la vita fosse fantastica, quanto forte fosse il rublo, questo tipo di assurdità››. I turni di lavoro erano di 12 ore, dalle 9 di mattina alle 9 di sera: ‹‹Arrivavi e passavi tutto il giorno in una stanza con le tapparelle chiuse e 20 computer. C’erano diverse stanze su quattro piani. Era come una catena di montaggio, tutti erano impegnati, tutti stavano sempre scrivendo qualcosa. Avevi la sensazione di andare in fabbrica, non in un posto creativo›› ha riferito, confermando che i temi trattati erano quelli tra i più caldi della campagna elettorale, tra cui immigrazione, Islam e diritti dei neri. La reazione degli impiegati della fabbrica dei troll, dopo averci lavorato per uno o più anni, tuttavia, non fu uguale per tutti: se Aleksei e Mindiyarov decisero di dimettersi perché non sopportavano più quello che facevano, dall’altra parte Sergei, altro ex troll russo, ha raccontato sempre al The New York Times che è diventato ‹‹più patriottico›› dopo aver capito quanto la Russia sia costretta a combattere ogni giorno con le potenze straniere, soprattutto con gli Stati Uniti, per ottenere il controllo delle risorse naturali.

Tutto falso, insomma. Anzi, inesistente: gli account, i nomi, i filmati, i meme e perfino i fake prodotti in Savushkina 55 (ma pare che ora l’agenzia sia stata spostata in una sede più grande e moderna in Optikov 43, ndr) sono stati imitazioni perfette di quelli autoctoni. L’unica cosa vera sono i lettori, e gli elettori: quelli non li hanno inventati i troll russi, e hanno abboccato a delle convinzioni campate in aria, brevettate sul nulla.

Nel frattempo, Savchuk ha continuato a pubblicare i suoi pensieri sul contrasto della disinformazione sul suo principale “palco” online: il suo feed Facebook. Ed è qui che la strana storia della Detective Conan russa prende una svolta ancora più strana: Facebook le blocca inspiegabilmente l’account. Non si sa se Savchuk abbia iniziato i suoi problemi con il social media dopo aver parlato apertamente delle minacce ricevute da persone affiliate allo “chef di Putin”, ma una cosa è certa: l’esperienza brucia, lascia marchi indelebili e ti sbatte in faccia un severo ‹‹non posso più farlo››.

Questa non è una storia che sa di remake, né di sequel, ma stavolta pare che ad essere stato addormentato sia stato il Detective Conan.

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