La fake news sull’eutanasia di Noa Pothoven

Noa Pothoven

Noa, in realtà, si è lasciata morire rifiutando cibo e acqua. Il fatto che in Olanda l’eutanasia sia legale e che la stessa Pothoven avesse chiesto già in passato che le fosse applicata, ha spinto molti giornalisti e commentatori a compiere il passo più lungo della gamba, arrivando ad una conclusione del tutto errata.

Benvenuti nel 2019: era di bufale, fake news e notizie senza verifica che spopolano tanto nella rete quanto nei canali dei mezzi di comunicazioni nazionali più importanti e permettono l’affermazione della cosiddetta “ignoranza di massa”.

Affermazione che si è, di fatto, confermata per circa due giorni quando l’ennesima notizia falsa ha dominato il ciclo mediatico italiano e internazionale: l’eutanasia di Noa Pothoven, diciassettenne olandese che era da tempo depressa a causa di violenze sessuali subite da piccola e che avrebbe messo fine alla propria vita attraverso la “morte assistita”. Dove è l’inghippo? Noa, in realtà, non ha fatto nulla di tutto ciò perché si è lasciata morire rifiutando cibo e acqua; ma il fatto che in Olanda l’eutanasia sia legale, e che la stessa Pothoven avesse chiesto già in passato che le fosse applicata, ha spinto molti giornalisti e commentatori a compiere il passo più lungo della gamba, arrivando ad una conclusione del tutto errata.

Il caso solleva un dilemma alquanto imbarazzante: quanto risulta essere facile e rapida la diffusione fuorviante di notizie sbagliate pur di arrivare al numero di click che si ha bisogno di generare per avere la meglio sulla “competizione”?

Repubblica era stata la prima a cadere nella trappola, intitolando “Olanda, stuprata da bambina ottiene l’eutanasia a 17 anni”, seguita a ruota da La Stampa con un titolo altrettanto pieno di dilemmi: “Stuprata da piccola, a 17 anni ottiene l’eutanasia in Olanda”. Da dove nasce il problema? La fonte. Dalle ricostruzioni si nota, infatti, una catena interessante che procede per livelli di inaffidabilità: la notizia sbagliata è partita da fonti inaffidabili come i tabloid inglesi, per poi essere ripresa da media semi-affidabili, come il Newsweek, ed infine passare su giornali di alto rango. Tra i primi ad accorgersi della diffusione a macchia d’olio della notizia sbagliata, e a segnalare la cosa sui social media, c’è stata Naomi O’Leary, giornalista di Politico Europe che segue soprattutto Irlanda e Paesi Bassi: prima ha contribuito a decostruire la notizia sbagliata con una serie di tweet, e poi ha scritto l’articolo definitivo ricapitolando l’esperienza.

Ciò che tuttavia lascia maggiormente senza fiato, mettendo da parte la bufala giornalistica non verificata, risulta essere la semplicità con la quale una giovane ragazza di 17 anni si sia lasciata morire di fame e di sete in uno dei paesi più economicamente e politicamente progrediti d’Europa senza che si fosse fatto nulla per evitare realmente questa tragedia. Dopo aver assodato che all’età di 11 e 14 anni ha subito stupri scatenanti una grave depressione reattiva, e che all’età di 16 sia stata costretta da giudici a sottoporsi ad un trattamento in un centro specializzato al solo fine di impedire che la stessa si togliesse la vita, l’eutanasia è diventata la protagonista emblematica di uno show che era “fake” sin dall’inizio. Infatti, l’unica vera motivazione che l’ha spinta a compiere questo gesto drammatico è da ritrovarsi in una depressione che poggiava le sue basi in un forte desiderio di porre fine alla propria esistenza per via di un dolore e di una sofferenza figlie di una legge e di competenze mediche incompetenti nel constatare il potenziale suicidio. Suicidio che, alla fine, non è stato altro che il drammatico corollario finale di una condizione psicopatologica che sempre infrange ogni vero e sano intendimento di se stessi e dei propri programmi esistenziali prossimi e futuri.

Una cieca cultura medico-biologica positivista ha negato a Noa il diritto di “liberazione dal male” che tanto ricercava, un diritto che alla fine si è creata da sola annunciandolo prima dal proprio account Instagram: “entro dieci giorni al massimo morirò. Dopo anni di battaglie, sono prosciugata”. Quando Noa si era presentata alla clinica Levenseind dell’Aia all’insaputa dei suoi genitori per chiedere se fosse idonea all’eutanasia, la risposta dell’ospedale era stata un secco “no”: ‹‹Pensiamo che sia troppo giovane per morire, che dovrebbe completare il trattamento del trauma e che il suo cervello deve prima essere completamente cresciuto. Questo avverrà quando compirà 21 anni›› avevano affermato i dottori.

Le condizioni di Noa, da quel momento in poi, sono peggiorate sempre di più: soffriva di disturbo da stress post-traumatico, depressione e anoressia. Esente dall’obbligo scolastico, non frequentava neanche più la scuola, e nel suo libro “Vincere o apprendere” aveva raccontato gli abusi subiti che, per paura o vergogna, aveva nascosto per lungo tempo. Quello che Noa poteva ricevere, in cambio, erano le cure palliative, citate dalla stessa O’Leary sul Politico.eu, ben diverse dall’eutanasia: “La sedazione profonda non accelera il percorso che porta al decesso del paziente, che avverrà in modo fisiologico, ma col paziente addormentato. L’eutanasia provoca invece la morte di una persona tramite la somministrazione di alcuni farmaci o tramite la sottrazione del sostegno vitale per il paziente”.

Noa Pothoven ed il post, in lingua originale, scritto sul sul profilo Instagram prima di suicidarsi
Noa Pothoven ed il post, in lingua originale, scritto sul sul profilo Instagram prima di suicidarsi

Noa aveva tentato più volte il suicidio ed era stata costretta a sottoporsi alle attenzione di un centro di cura. La questione era psicologica e secondo la legge olandese i medici devono seguire delle specifiche linee guida dove bisognava tenere conto del parere di un secondo psichiatra indipendente, coinvolgere altri curanti tenendo in considerazioni ulteriori consulenze, discutere con i familiari e le persone care al richiedente ed un ulteriore valutazione da un consulente terzo. Lei, comunque, non ci stava più ad aspettare, ed il suo gesto è stato semplicemente frutto di una lunga riflessione esplicitata nel suo post Instagram 10 giorni prima di morire: “Ho ragionato a lungo se condividere o meno questo post, ma ho deciso di farlo comunque. Forse questa scelta sarà una sorpresa per alcuni, ma ci stavo pensando da molto tempo quindi non è una decisione impulsiva. Vado dritto al punto: al massimo entro 10 giorni morirò. Dopo anni di battaglie, sono esausta. Ho smesso di mangiare, di bere, e dopo averci a lungo ragionato, ho deciso di lasciarmi andare, perché la sofferenza è insopportabile. È finita. Per molto tempo la mia non è stata vita, ma sopravvivenza. Respiro ancora, ma non vivo più. Sono ben curata, ottengo sollievo dal dolore e sono con la mia famiglia tutto il giorno (sono in un letto d’ospedale nel soggiorno di casa mia). Sto salutando le persone più importanti della mia vita. Non posso più chiamare. Sono molto debole quindi riservo queste cose alle persone più importanti. Con questo post, inoltre, vi chiedo di non inviarmi messaggi, non posso più gestirli. Va tutto bene. Non provate a convincermi che questa non è la scelta giusta, questa è la mia decisione ed è definitiva. L’amore è lasciare andare, in alcuni casi… Grazie per il vostro supporto. Con amore, Noa”.

Finisce così una storia triste che doveva terminare in un altro modo. Finisce così perché la società d’oggi è troppo impegnata a cercare di capire se accettare o meno la legge sull’eutanasia piuttosto che preoccuparsi dei problemi reali dalla propria gente. Finisce così perché, ancora una volta, è più facile utilizzare il farmaco che una parola di conforto. Quella parola, alla fine, Noa l’ha trovata, ed è stata “Suicidio”, e non eutanasia.

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