Intercultura o Globalizzazione? Melting Pot!

Melting pot ed Intercultura al servizio delle nuove generazioni

Abbiamo intervistato Eva e Yara, dure ragazze all’apparenza diverse tra di loro (la prima di origini greche mentre la seconda siriane) ma unite da un destino che ha deciso di farle incontrare e appassionare ognuna della vicenda altrui.

Intercultura? Una parola che risulta essere ancora sconosciuta a molti, ascoltata di rado da tanti, ma ben conosciuta dagli addetti ai lavori che, grazie allo sviluppo e alla diffusione dei mezzi di comunicazione, oggi giorno fanno dell’informazione internazionale il loro pane quotidiano e alimentano la fiamma della speranza che spinge verso un futuro nuovo e diverso, dove l’agglomerazione di più culture, più popoli e più mentalità sia possibile e dove la ricerca di in continuo scambio e progresso sociale sappia da subito rappresentare un continuum credibile per un coinvolgimento e un perenne arricchimento del reciproco bagaglio culturale. Come è possibile tutto ciò? Semplicemente perché intercultura significa conoscenza, contatto, scambio tra lingue ed interazione, a tal punto da eliminare anche il solo puro sentimento di odio che ha trascinato per secoli guerre e martiri inutili, a tal punto da scomodare senza scrupoli l’assimilazione di un concetto tanto rude quanto vergognoso come la discriminazione, a tal punto da mutare totalmente un panorama di concetti che ispeziona ora nuovi modelli di “osmosi culturale”, all’interno dei quali i modelli altrui sono fonte di ispirazione e il sincretismo tra le razze non rappresenta più un’effimera speranza buttata al vento dall’ennesima brutale forma di razzismo ma la mano che sorge dalle ceneri di una vittoria per la pace.

‹‹Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze›› diceva Paul Valery; ‹‹Felice è chi è capace di amare il diverso›› confermava Hermann Hesse; entrambi avevano in comune un unico desiderio: rigenerare quel posto, già conosciuto come mondo, che permettesse ad un singolo gesto di cambiare la società ed ad un vincitore di continuare a sognare senza mai arrendersi, così come predicava Mandela, esattamente così come profetizzava Gandhi. “Melting Pot” lo chiamano gli inglesi, ovvero quel “crogiolo” di società diverse che imparano a vivere insieme, che formano la generazione del futuro attraverso il rispetto e la commistione di elementi di origini eterogenee diversi, con il risultato finale di costruire una identità condivisa e prospera; ma con il termine “Globalizzazione”, forse, il tutto risuona un po’ più familiare: il processo di transazione da un sistema ad un altro che implica mutamenti socioculturali è purtroppo un intervento di sostegno che ha bisogno di tempo per essere studiato, necessita strategie di adattamento tra il “vecchio” ed il “nuovo” e non certamente vede dinnanzi a sé una immediatezza risolutiva capace di arrestare una società ancora troppo selvaggia per essere civilizzata sotto nuovi parametri culturali, sociali e religiosi. Il primo importante passo da compiere, dunque, è quello fatto in direzione delle popolazioni in via di sviluppo, le stesse che hanno visto per anni usurpati il proprio “oro vitale” dinnanzi ad un mancato riconoscimento di tutti i diritti universali ed il negato riconoscimento dell’identità di popolo.

Ma cosa più spaventa o attrae di questo viaggio? Quali paure si porta dietro chi riesce a farsi forza ed intraprendere un percorso “fuori dagli schemi”? Cosa si genera nell’animo di chi prova a mettere in pratica tutto ciò senza aver paura di rischiare a rimettersi in gioco? Domande che forse non avranno mai una risposta limpida e chiara, mai forse una del tutto congruente con il resto delle altre esperienze che, come questa, cambiano la vita ma, nel tentativo di arrivare ad una banale seppur determinate conseguenza “fuori programma”, noi proviamo ad entrare nella più profonda logica dei medesimi mutamenti destinati a cambiare il mondo.

Il nuovo mondo pieno di culture diverse che si sta creando, senza lasciare spazio al razzismo
Il nuovo mondo pieno di culture diverse che si sta creando, senza lasciare spazio al razzismo

Eva e Yara sono dure ragazze all’apparenza diverse tra di loro, la prima di origini greche mentre la seconda siriane, ma intrinsecamente unite da un destino che ha deciso di farle incontrare e appassionare ognuna della vicenda altrui, portandole a costruire un’amicizia più forte delle barriere che da anni impediscono la sola comunicazione o l’approccio culturale tra popoli. Le abbiamo intervistateEva e Yara sono dure ragazze all’apparenza diverse tra di loro, la prima di origini greche mentre la seconda siriane, ma intrinsecamente unite da un destino che ha deciso di farle incontrare e appassionare ognuna della vicenda altrui, portandole a costruire un’amicizia più forte delle barriere che da anni impediscono la sola comunicazione o l’approccio culturale tra popoli. Le abbiamo intervistate per capire quali sono state tutte le dinamiche della loro storia e per scavare più a fondo in una vicenda che rappresenta a tutti gli effetti i tratti di una nuova “speranza interculturale” nel mondo.

  1. Come siete arrivate in Italia e come è stato il vostro processo di integrazione?

Eva: ‹‹Beh la mia è una storia particolare. Nasco da un padre greco e una madre italiana, di Viterbo, e passo la mia infanzia in Grecia, stando totalmente a contatto con la vita quotidiana di tutti i giorni tra scuola, amici e famiglia e parlando il greco “per la maggior parte del tempo”: perché si, seppur vivendo nel paese ellenico, in famiglia parlavamo anche l’italiano rispettando le origini materne. Il tanto atteso “ritorno” nel bel paese, invece, non mi risulta per nulla complicato: vivo con i nonni materni in provincia di Viterbo e frequento la facoltà di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’Università di Urbino. Mi trovo bene, non trovo eccessive differenze tra i due paesi e la lingua, per evidenti ragioni, la conosco abbastanza bene, con tanto di accento romano. La mia è, sin dall’inizio, una storia a lieto fine, determinata dalla mia capacità di accettazione della situazione che ho vissuto, senza pormi problemi sul “perché”: per me l’interculturalità che ha caratterizzato la mia vita è pura normalità, la accetto e la considero fonte di profonda conoscenza interiore, che ti permette di maturare sotto tutti gli aspetti sociali e culturali››.

Yara: ‹‹Se la storia di Eva è particolare, la mia lo è di più. Provengo da una famiglia siriana emigrata dal proprio paese per evidenti ragioni e ho passato la maggior parte della mia vita in Grecia: lì la situazione è stata abbastanza complicata per me all’inizio, perché tra la lingua e l’accento che avevo acquisito, il “marchio” che mi portavo addosso e di cui mai mi sono vergognata e una realtà sociale e culturale completamente diverse dal mio paese d’origine, ho vissuto momenti altalenanti e difficili. Tuttavia, mi sono sempre considerata abbastanza forte da superare tutto ed andare avanti: ed ecco come mi trovo ora in Italia, a frequentare la facoltà di Farmacia all’Università di Urbino, cominciando una ennesima nuova esperienza che continua a rivoluzionare la mia vita. Ora mi sento bene, mi sento sollevata sotto vari aspetti e mi riconosco in questa nuova immagine che ho creato di me stessa: una ragazza che ha vissuto tanti periodi difficili ma che non ha mai permesso alle circostanze di prendersi un futuro tutto dalla mia parte››.

  1. Cosa si prova a sentirsi “estranei” all’interno di una realtà non propria? Quanto tempo ci è voluto prima di una completa e totale osmosi con il nuovo mondo?

Eva: ‹‹Come anticipato prima, il mio processo di integrazione non è stato difficoltoso: mi consideravo a tutti gli effetti una cittadina italiana e cittadina del mondo.  Per carità, all’inizio anche io ho vissuto momenti in cui mi percepivo “particolare”, ma è stata sempre una particolarità che ho vissuto con piacevolezza, tranquillità ed entusiasmo, perché non c’è niente di più bello che assuefarsi ad un mondo che ti accoglie a braccia aperte e ti aiuta a capire che essere figlia dell’incontro di due mondi paralleli è un emozione tanto indescrivibile quanto straordinaria da provare››.

Yara: ‹‹Bella domanda. Come già risposto a priori, non ho mai permesso alle situazioni né alle persone che mi circondavano di programmare la mia felicità, ma anzi ho sempre affrontato di petto una realtà che all’inizio rischiava di risucchiarmi, e che alla fine è riuscita ad apprezzarmi per quella che veramente sono. Quindi si, mi sono sentita “estranea”, ma anche nel mio caso è stata una estraneità che mi è servita tanto a maturare idee diverse da quelle che mi ponevano problemi all’incipit, a crescere e a ribellarmi di fronte ad una verità che in realtà era menzogna: ho capito finalmente che solo con l’integrazione tra conoscenze, pensieri, modi di fare e pensare e culture si arriva ad un arricchimento totale della persona stessa, a tal punto da considerarsi parte di una società che non ti giudica più, ma ti rende partecipe e ti ingloba in tutto e per tutto, in una “totale e completa osmosi” appunto››.

  1. Similitudini con persone della stessa situazione aumentano o riducono il senso di appartenenza al nuovo paese ospitante? e per la mancanza del proprio?

Eva: ‹‹Questa domanda è stata, in parte, risposta già precedentemente, ma ci tengo a precisare una cosa: tutto ciò che mi viene in soccorso nel mio percorso di formazione personale non solo è ben accetto, ma rappresenterà anche la motivazione principale a farmi capire che non esistono fattori che aumentano o riducono il senso di appartenenza ad un nuovo paese o il senso di mancanza del proprio, perché siamo nati per essere cittadini del mondo dove l’unica appartenenza è quella realtà umana che ci accomuna, e come tali dobbiamo lavorarci su e cercare di essere in grado di rapportarci con tutti, senza mezzi termini, senza creare problemi di razzismo, discriminazione o xenofobia. Proprio questo ha portato a creare le condizioni tali affinché incontrassi, per caso o per destino, una persona come Yara: la mia consapevolezza mi ha spinto a fare sempre di più verso una persona che “chiedeva aiuto” a modo suo, unite dallo stesso bisogno di essere apprezzate per quello che davvero eravamo. Incontri così, casuali o voluti da qualcuno di superiore, sono eventi che ti cambiano la vita e ti fanno capire l’importanza di essere aperti a qualsiasi tipo di stravolgimento, che sia esso culturale o sociale, e che qualsiasi cosa che abbia a che vedere con il fenomeno della globalizzazione, dell’interculturalità e del Melting Pot non rappresenti neanche minimamente un fattore di crescita negativa››.

Yara: ‹‹Confermo rispondendo allo stesso modo: l’incontro con Eva è stata, da una parte, la mia ancora di salvezza quando sono arrivata in Italia, perché era come se avessi totalmente bisogno di affiancarmi a qualcuno che si “prendesse cura” di me dopo i tanti momenti difficili passati nella mia vita; ma, dall’altra, ha creato in me la consapevolezza che i fattori che aumentano o riducono il senso di appartenenza ad un paese o la nostalgia per il proprio hanno un origine diversa e più profonda degli schemi della società attuale. Spesso sono solo sentimenti o mancanze che vengono colmate dagli imprevisti della vita, come il banale incontro con persone in grado di farti osservare e vivere quella stessa nostalgia con serenità o che addirittura, grazie alla semplice compagnia che ti tengono, riescono a farti sentire così tanto a casa da apprezzare qualsiasi luogo, qualsiasi momento, qualsiasi attimo insieme a loro. La conclusione è che, semplicemente, non possono e non devono esistere barriere, muri o imposizioni all’educazione, ma permettere la creazione di un mondo dove la una stessa abbia la “necessità culturale” di ampliarsi vivendo situazioni come la nostra, dove l’”estraneo” è colui che preferisce non rischiare, morire nell’ignoranza e rimanere inerme di fronte al cambiamento positivo della legge universale che solo le società hanno imposto, e non colui che, invece, ha messo in gioco la propria vita per trasformarla nella più bella scoperta del mondo››.

  1. Aspettative per il futuro? Come sarà?

Eva & Yara: ‹‹Semplicemente sarà “internazionale”, sarà uno di quelli da raccontare ai nipoti o da scrivere nei libri sulla scia di “I have a dream”, affinché la paura di un cambiamento nel mondo non sia più un dictat di dubbio perenne ma l’inizio di una nuova parola d’ordine che regali nuovi emozioni: Interculturalità››.

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