Il naufragio del traghetto nel Canale d’Otranto: i limiti di un Paese e di una società

Domenica 28 dicembre, al fine d’adempiere al precetto festivo, mi sono, al solito, recato a Castro. A distanza d’un giorno, in questo momento, mi viene in mente che, nell’occasione, stranamente, non mi sono fermato all’altezza del belvedere che si schiude dirimpetto al castello aragonese, in modo da rivolgere lo sguardo da quella postazione privilegiata, come immancabilmente faccio, verso la distesa del Canale d’Otranto, nitidamente delimitato ad oriente, specie quando l’aria è tersa, dai rilievi del Paese delle Aquile.
Così è successo, forse, giacché pioveva, era grigio, insomma le condizioni atmosferiche non m’ispiravano molto l’approccio visivo ed emotivo con lo spettacolo dell’amata e familiare superficie d’acqua, tante volte, sia pure sotto costa, solcata alle manovre della mia barchetta a vela e, in più, ad ogni occasione, cantata, descritta, vagheggiata.
Chi, mai, quand’anche estimatore innamorato del lenzuolo d’onde in questione, avrebbe potuto immaginare la tragedia e le difficoltà che, in quelle ore, si stavano materializzando proprio lì, a poche decine di miglia di distanza, con un traghetto in fiamme traballante su un mare molto mosso e, soprattutto, recante a bordo centinaia di persone, come sequestrate, al freddo e sotto l’insidia d’immani fiamme che divampavano nel ventre della nave, incontenibili sino al punto di rendere incandescenti i pavimenti dei vari ponti, oltre che d’emanare cascate a salire di fumi maleodoranti.
Certo, disgrazie e/o incidenti del genere si possono verificare, andare per mare comporta di per sé, potenzialmente, un rischio, la forza e l’imprevedibilità degli elementi naturali non sono un’invenzione del cronista, bensì realtà esistenti da sempre.
Ad ogni modo, nella specifica circostanza, a colpire lasciando trasudare terrore e sgomento, non è il fatto a sé stante, sebbene abbia pur implicato il consumo doloroso di alcune vite umane.
Ciò che si configura alla stregua d’un pugno nell’occhio, un calvario, un dramma nel dramma, è stato invece registrato sul fronte degli interventi – tra precarietà, contrordini, esitazioni, contraddizioni – immediatamente dopo l’ordine del comandante di evacuare la nave.
E, non ci si trovava in mezzo a un oceano sperduto senza confini, ma in un ridotto specchio di mare, addirittura in un punto da cui è dato di scorgere i profili della terraferma, su una sponda e sull’altra del Canale.
Malgrado tale e tanta prossimità e, quindi, i tempi oggettivamente non estesi necessari perché i soccorritori si portassero sul luogo, tristissima si è rivelata l’odissea di quei passeggeri, più, ovviamente, i membri dell’equipaggio, intrappolati sul ponte alla sommità della nave, con lo scafo ondeggiante tra i miasmi del fumo, sotto il freddo (si è alla fine di dicembre, i Monti Balcani non lontani dal sito del naufragio), le ore sono andate passando a iosa, i primi fortunati giunti ad essere sbarcati hanno fatto cenno al “rischio di fare la fine del topo in trappola”, all’assenza assoluta di soccorsi per lungo tempo, ad un equipaggio che non capiva nulla, ad un clima di disorganizzazione generale.
E’ proprio vero che, come è giusto e ordinario che avvenga in un paese moderno, l’Italia dispone di mezzi all’avanguardia e sufficienti per ogni evenienza, guardacoste, aerei, elicotteri, navi militari, sistemi di soccorso, apparati idonei a far fronte alle emergenze, assoluta sintonia fra le forze chiamate a intervenire?
E’ vero o, al contrario, ci s’illude che così sia, mentre, in realtà, la musica è ben diversa e, però, bisogna pur sempre e comunque cercare di conferire attendibilità al nostro proclamato ruolo e standing di paese civile e ricco?
Tutt’altro che domande, dubbi, interrogativi di spessore peregrino in tal senso e sull’argomento, atteso che, fra la stesura delle presenti note, le quali sgorgano dall’animo del comune osservatore di strada, e il primo insorgere dell’incendio sul traghetto, sono trascorse circa quaranta ore e, ciononostante, a quanto s’apprende in tempo reale, manca ancora all’appello uncospicuo numero di persone disperse, anche se costituenti l’equipaggio, da salvare e da trasportare a terra.
Si è parlato di mare mosso, vento forte, condizioni oggettivamente proibitive e, nondimeno, occorre rimarcare che c’era un pericolo in consumazione a cielo aperto, a un palmo di mano dalla terra sicura e dalle risorse disponibili.
A quest’ultimo riguardo, mi viene di ricordare, mutuando tale particolare da una recente e purtroppo assai più grave tragedia sul mare, che, ad esempio, la “Costa Concordia” aveva in dotazione ventisei scialuppe di salvataggio, ciascuna capace di imbarcare e portare a salvamento centocinquanta persone.
Ora, come non domandarsi se, domenica 28 dicembre, nessun‘altra “Costa Concordia” o giù di lì si trovasse nell’ambito del Canale d’Otranto, del vicino Ionio o dei restanti tratti dell’Adriatico, per un intervento maggiormente incisivo e un più veloce prelievo degli innocenti, rannicchiati sulla terrazza del traghetto, a soffrire così a lungo il freddo e la paura?
E’ comprensibile e giustificabile che ci si sia limitati a togliere dall’ambascia, dal patimento e dal pericolo i malcapitati passeggeri con prelievi di una persona per volta, a mezzo dell’elicottero fermo in verticale sul traghetto?
Non abbiamo, forse, assistito, in un’interminabile serie e per lunghi anni, ad operazioni di soccorso e di salvataggio, nel più vasto Canale di Sicilia anche in condizioni meteo marine avverse?
Come mai, in questo caso, l’insieme ha dato l’impressione di un limite, una precarietà nella situazione, con cambiamenti di programma sui posti sicuri dove far dirigere il mezzo incidentato?
A chi scrive, ha fatto male anche un piccolo particolare, ossia a dire la comunicazione del numero, ad una certa ora di ieri sera, dei passeggeri ancora in attesa sul traghetto: una prima fonte parlava di centocinquanta persone, una seconda, di trecento otto: e dire che si trattava di esponenti ed organismi facenti parte della medesima amministrazione statale impegnata nell’intervento a beneficio dell’incidente.
A confessare un’altra verità, non è minimamente piaciuto il consueto cinguettio del nostro Capo del governo “L’Italia è orgogliosa della vostra tenacia. Sarà una lunga notte: intanto, grazie!“. Da lui, col suo forsennato dinamismo, decisionismo, desiderio di essere sempre e in ogni dove protagonista, di apparire, ci si sarebbe aspettato, sarebbe stato logico e naturale, non un componimento verbale sul web, ma un salto immediato, un volo materiale e concreto da Roma o dalla natia Toscana verso il Canale d’Otranto, , dove portarsi fisicamente, dentro un elicottero, a contatto con i malcapitati: “Coraggio, ci sono io qui, sarete condotti presto e tutti sulla terraferma, in salvo e presto scorderete la vostra disavventura”.
Così succede il più delle volte in Italia, siamo bravissimi, si parla, si parla, mentre i fatti concreti latitano e/o sembrano affidati e rimessi a mera disordinata improvvisazione.

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Domenica 28 dicembre, ricorreva la festa liturgica dei SS. Innocenti, martiri per opera d’un lontanissimo tiranno. Guarda la coincidenza e la concomitanza, come drammatico episodio di cronaca d’attualità, si è inserita la grave vicenda, per fortuna non devastante strage, di centinaia d’innocenti pedoni del mare.
Domenica 28 dicembre, si celebrava anche la festa della Sacra Famiglia, famiglia intesa non soltanto come composizione di persone all’interno di singole mura domestiche, ma nel senso allargato di paese, di società in genere, in ogni caso un consesso che sia fondato soprattutto sul principio della mutualità e della solidarietà, a prioritario vantaggio dei deboli, di chi soffre o versa in condizioni di pericolo.
In conclusione di queste righe, desidero estrinsecare una mia personale riflessione, suscitata, da un lato, dalla partecipazione, in veste di credente, al precetto richiamato all’inizio e, dall’altro, dall’episodio del traghetto in pericolo, ancora sino a questo momento, nel canale d’Otranto: con l’auspicio, ovviamente, che la disgrazia rientri rapidamente e definitivamente e, soprattutto, senza ulteriore aggravio in termini di perdita di vite umane
Penso, anzi sono convinto, che, solamente se sapremo riconoscere che, dall’incendio e dal naufragio del “Norman Atlantic”, usciamo idealmente sconfitti un po’ tutti, a partire da domani riusciremo a invertire o almeno a modificare la rotta dei nostri comportamenti, aprendola al godimento di stagioni d’autentica crescita, nel modo d’essere uomini e di relazionarci fra noi.
29 dicembre 2014

Rocco Boccadamo
Lecce
e.mail: rocco_b@alice.it

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