L’adolescenza da clandestino di Eltjon Bida

Lo scrittore Eltjon Bida mentre pubblicizza il suo capolavoro "C'era una volta un clandestino"

“Tra il gommone e la riva era stata posta una tavola di oltre due metri. Passai su di essa per primo. Scricchiolii leggeri mi fecero accapponare la pelle”. Questo è solo uno dei tanti passi presenti all’interno di “C’era una volta un clandestino“, romanzo autobiografico pluripremiato di Eltjon Bida, albanese giunto nel Belpaese ancora minorenne.

«I motivi principali sono stati due: da una parte mi è sempre piaciuto scrivere e da piccolo, infatti, ricordo di aver approfondito la scrittura davvero tanto», racconta Eltjon ricordando come questo “compito” che il maestro delle elementari chiedeva ai compagni era per lui, in realtà, un «bellissimo hobby»; il vero segreto dietro il quale si cela la vera origine del racconto, tuttavia, è quello che riguarda «la storia: dopo aver ascoltati le mie peripezie e avventure dopo essere arrivato in Italia, i miei amici con forza mi hanno chiesto di rendere questa idea concreta». “Elty, la tua storia la devono sapere tutti attraverso un libro, perché non provarci?” è stato il pensiero fisso che ha attanagliato la mente di Eltjon fino a poco fa, quando finalmente ha deciso di «ordinare tutti i pezzi del puzzle» e ricostruire da zero il suo percorso.

Pubblicato dalla casa editrice Policromia, il libro in origine era stato pensato per avere un titolo diverso: “Le avventure di un clandestino”, infatti, aveva affascinato lo stesso autore per via delle tante esperienze poco ortodosse che sarebbero state inserite al suo interno. «Provo a parlare di questo fenomeno drammatico con ironia ed una certa dose di disincanto», afferma Eltjon, ammettendo come il «confronto delle diversità culturali e delle tradizioni tra Albania e Italia» sia stato uno dei punti focali della sua narrazione, intorno al quale girano ulteriori avventure «pregne di testimonianza». Nel romanzo autobiografico, Eltjon passa dal racconto della «traversata del mare su un piccolo gommone» alle «discriminazioni ricevute una volta arrivate sul suolo nazionale», intervallandosi tra «notti passate a dormire nei vagoni merci», le rapine effettuate da due suoi «compaesani che per disperazione rubavano nelle case dei milanesi» ed il lieto fine dell’insperato ritrovamento del fratello scomparso. C’è spazio, però, anche all’amore: «Sono stato fortunato perché ho trovato il lavoro e l’amore con una ragazza italiana», racconta Eltjon, sottolineando come la gioventù a volte giocava brutti scherzi e, spesso e volentieri, «si faceva fatica a controllare gli ormoni».

«La mia storia testimonia come, con l’onestà ed il desiderio d’integrazione, si possa arrivare lontano», ricalca Eltjon, ribadendo come sia «valsa la pena per la marea di soddisfazioni ricevute e per i complimenti fatti dall’opinione pubblica». Caratteristica anche la capacità di questo libro di potersi trasformare, nel breve termine, in film: «ho dato i diritti del libro ad un giovane regista in cui ho rivisto la mia stessa determinazione e tenacia», annuncia l’autore, aggiungendo anche che «le riprese verranno effettuate sia in Albania che in Italia» e che «il lavoro dovrebbe concludersi nel 2021».

La sfida per il futuro? «Scrivere libri che entusiasmino la gente e trasmettano loro i miei sentimenti». Vola alto Eltjon, con la giusta consapevolezza di uno che ha già scritto il sequel di “C’era una volta un clandestino”, e di un «sogno pronto a durare il più possibile»: questo libro è un richiamo per tutti gli immigrati di oggi, ma soprattutto l’inno a «non perdere mai la speranza».

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