#BlackoutChallange: il mondo scopre il Blue Whale 2.0?

Parliamo del “Blackout Challenge”, folle sfida diffusa tra gli adolescenti che sembra rappresentare la sorella gemella della Blue Whale, l’altra variante social che ha generato una psicosi collettiva nella primavera del 2017.

“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”. Attribuita ad Einstein, questa citazione è quella che più si avvicina a una nuova realtà mortale creatasi anni fa su internet e che, ora, torna a farsi sotto nuovamente con caratteristiche ancora più macabre. Parliamo del “Blackout Challenge”, folle sfida diffusa tra gli adolescenti che sembra rappresentare la sorella gemella della Blue Whale, l’altra variante social che ha generato una psicosi collettiva nella primavera del 2017.

Ma andiamo per gradi. Perché il “quote” è tra quelli che più si avvicina ma non descrive il fenomeno nella sua totalità? Per il contesto rinnovato, “tecnologizzato”, che dovrebbe permettere di cambiare il termine “idioti” con quello più appropriato “assassini”. Conosciuto in giro per il mondo anche come “Choking Game”, “Black Hole”, “Flatline game” o “Gasp Game”, il “gioco” consisterebbe nel provocarsi uno svenimento indotto privandosi dell’ossigeno per qualche minuto con braccia, corde o con la complicità di un terzo e successivamente filmarsi per condividerlo online. Il più delle volte, tuttavia, l’intento di perdita di coscienza si trasforma in morte. Ed è quello che è successo a Igor Maj, quattordicenne che si suppone abbia perso la vita a causa del raccapricciante fenomeno che ha trascinato nelle ultime ore un’onda mediatica sull’intero paese.

E’ sempre stato un ragazzo allegro, con un forte temperamento gioviale, volenteroso di diventare un leader. Il giorno prima è stata una giornata particolarmente bella. Abbiamo giocato insieme” racconta il padre di Igor, Ramon Maj, durante una intervista rilasciata alle Iene, descrivendo i dettagli della morte del figlio avvenuta lo scorso 6 settembre. “Il giorno dopo, però, ricevo una chiamata mentre ero al lavoro e scopro che l’unità di rianimazione cercava di salvare la vita di mio figlio con ripetuti massaggi cardiaci. Ma quando l’attività cerebrale cessa, cessano anche tutte le speranze”. Il caso, dapprima classificato come suicidio, ha attirato le attenzioni degli acquirenti e dei genitori del ragazzo per via del ritrovamento di un particolare decisivo: il video di alcune tra le challange più pericolose diffuse nel mondo dei ragazzini (tra cui proprio la sfida al soffocamento, ndr). Lo sforzo che ne deriva nel voler fare prevenzione diventa, pertanto, proprio questo: informare sul fenomeno quanto più possibile al fine di evitare che episodi del genere sconvolgano la realtà quotidiana di innocenti, o peggio stronchi altre vite inconsapevoli. “Sono convinto che parlare di questi accadimenti riesca a dare tanto ai genitori i giusti strumenti per capire cosa frulla nella testa dei ragazzi, quanto a questi ultimi la capacità di allontanarsi da questi pericoli assurdi” conclude Ramon, augurandosi che la morte del figlio non sia stata vana.

Della stessa idea è anche la direttrice della polizia postale e delle comunicazioni, Nunzia Ciardi, la quale certifica la pericolosità di questi fenomeni virali che riacquistano periodicamente popolarità in seguito ad eventi che ne confermano la natura bruta: “Questi fenomeni sono un problema che si ripete, di cui siamo al corrente, e che affrontiamo nei nostri corsi di formazione nelle scuole, sia con i ragazzi che con i genitori” spiega la direttrice, intimando buon senso e comprensione alle nuove generazioni di ragazzi. “Questi sono video che fanno leva sul senso di invincibilità e di trasgressione del limite degli adolescenti. I ragazzi potrebbero cascarci perché sollecitati emotivamente in maniera scorretta. Per cui è bene fare informazione corretta”.

Rimane tuttavia la necessità di utilizzare il condizionale: sarebbe davvero capace un gioco estremo di portare un ragazzino alla morte? Dalla stessa polizia postale di Milano fanno sapere che nel merito del caso di Igor sono intervenuti con il monitoraggio di video online che non spiegavano la Blackout Challange, sebbene una tecnica pseudo-sportiva che induce lo svenimento. Le indagini, pertanto, continuano. Così come continuano le teorie circa la possibilità di apportare proprietà benefiche tramite la messa in pratica della medesima tecnica del soffocamento indotto, quali rilassamento ed euforia. Benefici che sono stati prontamente smentiti dal direttore del dipartimento di neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, Claudio Menacci, in una sua intervista su Repubblica: “Non è assolutamente vero” ha riferito, negando in maniera categorica, “il soffocamento porta a sensazioni di panico e ad una perdita di conoscenza che può causare dei profondi danni neurologici”. Niente a che fare con un gioco insomma.

Il precedente più emblematico di questo challange è sicuramente la Blue Whale, la sfida social che imponeva agli stessi innocenti protagonisti una dinamica sconcertante a suon di ricatti da parte dei “curatori”: affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Decine furono le segnalazioni di casi sospetti, come altrettanti furono i messaggi di allerta da parte di genitori preoccupati: il caso più recente è quello da denunciare nel Brindisino, dove una ventenne di Gorizia è stata trovata in strada con ferite alle braccia.

Sulla vicenda del Blackout Challange è intervenuta anche Selvaggia Lucarelli, una delle principali sostenitrici che per mesi ha portato a considerare la sfida del Blue Whale una fake news: “Parlare di un evento senza conoscere i fatti significa dare adito al falso”. Da ciò ne consegue un dilemma Amletiano: è, pertanto, meglio parlarne o no? Se da una parte la prevenzione ricopre il ruolo di portavoce fondamentale al fine di evitare la ricorrenza di un gioco mortale, dall’altra la stessa rischia di incorrere nell’effetto opposto, incuriosendo i ragazzi su tematiche a loro anteriormente sconosciute. Chiamasi “Effetto Wherter”. Chiamasi, in termini bruti, emulazione della morte.

Fuori dai confini nazionali, il governo statunitense ha pubblicato una serie di rapporti sulle morti accidentali causate dal “Chocking Game”: nel 2008 sono stati 82 i casi di adolescenti morti in seguito alla sfida online. Nome differente, risultati uguali. I genitori di Igor hanno rivolto un appello finale: “Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi. Noi pensiamo di averlo sempre fatto con Igor, eppure non è bastato”.

Onde evitare di rimanere con un pugno di mosche in mano, la “sfida” per combattere quest’ennesima piaga del mondo contemporaneo è iniziata: “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, direbbero in molti. Ma stavolta il gioco in questione non può e non deve essere il Blackout Challange.

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