2009-2019, dieci anni da embedded

I confilitti all’estero ma anche “Strade Sicure”, “Terra dei fuochi”, l’emergenza rifiuti a Napoli e i  terremoti che continuano a devastare diverse zone d’Italia, sono eventi che devono la loro divulgazione al lavoro di  giornalisti esperti e appositamente formati per operare in condizioni rischiose e precarie, siano essi inviati o corrispondenti di una testata, oppure free lance.

Sempre più spesso considerati scomodi o fastidiosi, anche se forza armata, polizia, protezione civile e chiunque sia designato alla difesa e alla sicurezza di popolazioni e territori, ha aperto le porte all’informazione riconoscendo nel giornalista un importante ruolo di intermediazione col pubblico.  Per questo lo Stato Maggiore della Difesa ha deciso di supportare la Federazione nazionale della stampa nella formazione di giornalisti destinati ad operare in aree di crisi al seguito delle truppe, ovvero gli embedded.

Percorso che ho iniziato nel 2009 e che mi ha vista anche, per ben sei anni di seguito, trascorrere anche le festività natalizie in teatri operativi al fianco dei soldati italiani in missione di pace e, come loro, lontana dai miei cari a correre il rischio di non vedere il nuovo anno.

In missione per informare, “incastonato” ma mai costretto

L’embedded (dall’inglese “intruppato”, “inserito”) vive, lavora e viaggia come parte dell’unità cui è aggregato,  sia in combattimento che in altre operazioni, ma è libero in qualsiasi momento di staccarsi dal contingente per poter operare in autonomia. In questo modo il giornalista attinge le notizie direttamente dalla fonte, sul campo, invece di limitarsi al rigoroso comunicato stampa che gli giungerebbe in redazione.

Si è soliti credere che un embedded sia automaticamente “condizionato” nello svolgimento della propria professionalità. Se così fosse ci si dovrebbe chiedere perché decidere di rischiare la vita in luoghi altamente pericolosi invece di approfittare delle nuove tecnologie e ricevere nella sicurezza della propria redazione il materiale che ufficiali addetti alla pubblica informazione, insieme a operatori e fotografi del Media Combat Team, possono inviare quotidianamente.

L’altro limite del giornalista embedded, secondo qualcuno che demonizza questa figura,  sta nello stile detto  «igienico»:  dove  immagini violente e sanguinose vengono bandite per permettere alla testata  di entrare nelle case del pubblico o del lettore senza traumatizzarlo ed attenuare così la gravità della vicenda. La verità è che sia al seguito di un’operazione anti droga, di controlli notturni, nel caos di un attacco terroristico, di un terremoto o di una manifestazione di protesta, ovunque ci si trovi ad affrontare una crisi, il giornalista deve fare i conti prima di tutto con l’etica ed il codice deontologico.  Pertanto, se è difficile essere un buon giornalista, è ancora più difficile esserlo da embedded.

 

 

 

 

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